Il Consiglio di Stato non sospende il DM 180 e rinvia la decisione al TAR

Nonostante qualche associazione poco informata riporti sul suo sito notizie assolutamente false e tendenziose, l’ordinanza del Consiglio di Stato, pubblicata in data odierna, non ha affatto “sospeso la mediazione obbligatoria” (sic..). Al di là del fatto che, anche ove il CdS avesse sospeso qualcosa, e non lo ha fatto, detta sospensione avrebbe riguardato solo ed esclusivamente il DM 180/2010, peraltro malamente impugnato, dato che nel ricorso non si fa mai menzione del DM 145.

L’ordinanza in oggetto, che pubblichiamo di seguito, ha così statuito: “considerato che le questioni sottoposte appaiono meritevoli di un vaglio nel merito, dovendosi in tali limiti accogliere l’appello e disporre la sollecita fissazione dell’udienza di discussione, ai sensi dell’art. 55 comma 10 del codice del processo amministrativo”.

Ora, sarebbe il caso, prima di emettere comunicati deliranti, di ricordare che il ricorso ha chiesto la sospensione del DM 180, senza voler tornare sulla mancata impugnazione del 145 (questione gravissima, tale da inficiare l’intero ricorso, su cui si esprimerà il TAR), e che il CDS ha accolto l’appello (sull’istanza cautelare respinta dal TAR) solo “in tali limiti”, cioè sulla considerazione che le questioni appaiono meritevoli di un vaglio nel merito e solo ai sensi dell’art. 55, comma 10.

NESSUNA SOSPENSIONE DEL D.M. 180/2010, NESSUNA SOSPENSIONE DEL D.M. 145/2011 (MAI IMPUGNATO) E SOPRATTUTTO NESSUNA, NESSUNA, NESSUNA SOSPENSIONE DEL D.LGS. 28/10, DI CUI L’ORDINANZA DEL CDS NON FA MENZIONE ALCUNA. LA MEDIAZIONE “OBBLIGATORIA” E’ PIU’ VIVA CHE MAI E CHI DICE IL CONTRARIO DICE IL FALSO VOLUTAMENTE.

Ordinanza Cds 607 del 20014

Il Tribunale di S. Maria Capua Vetere condanna l’ottica conflittuale e raccomanda la mediazione

Tribunale Santa Maria Capua Vetere 24 dicembre 2013 – – Est. Caputo

…Nel caso di specie, infatti, si sarebbe potuto agevolmente risolvere il problema emerso nel corso del rapporto locatizio senza ricorrere all’autorità giudiziaria,
semplicemente raccogliendo l’invito della resistente a far visionare l’immobile locato. Emblematica del comportamento posto in essere dai ricorrenti, contrario ai doveri di buona fede contrattuale, è la circostanza che il ricorso per accertamento tecnico preventivo è stato depositato il 23.10.2013, ovvero il giorno immediatamente successivo alla trasmissione del fax (del 22.10.2013) con il quale la resistente specificamente diffidava i ricorrenti, a mezzo del proprio legale, a prendere contatti al fine di poter risolvere il problema dell’accesso all’immobile, stante la persistente irreperibilità degli stessi.
Infatti, anziché recepire l’invito della locatrice, che avrebbe potuto condurre ad una soluzione del problema, si è preferito adire il Tribunale, in un’ottica conflittuale decisamente lontana dalla nuova prospettiva nella quale, anche alla luce della recente reintroduzione con il c.d. decreto del fare della mediazione obbligatoria, appare muoversi il legislatore negli ultimi tempi, prospettiva che attribuisce al difensore un ruolo centrale, prima ancora che nel giudizio, nell’attività di mediazione delle controversie – al punto da prevedere, con le modifiche operate dal D.L. n. 69/2013 che gli avvocati siano di diritto mediatori e debbano assistere la parte nel procedimento di mediazione – prospettiva che tende sempre di più ad individuare nel ricorso al Tribunale l’extrema ratio per la soluzione della quasi totalità delle
controversie civili.
Quanto all’importo della somma da porre a carico dei ricorrenti, la stessa può essere determinata in via equitativa, in un multiplo dell’importo liquidato per le spese processuali; in particolare, nel caso di specie, tenuto conto della natura della controversia, del valore della stessa, delle ragioni della decisione e della gravità del comportamento dei ricorrenti, questi ultimi vanno condannati, ai sensi dell’art. 96 co. 3 c.p.c., al pagamento dell’importo di euro 1.266,50, pari al doppio dell’importo liquidato a titolo di spese processuali.


P.Q.M.


1. rigetta il ricorso;
1) condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese processuali in favore della resistente, che liquida in euro 633,25 per compenso professionale ex D.M. n. 140/12, oltre IVA e CPA come per legge, con attribuzione al procuratore antistatario avv. G.M.;
2) condanna i ricorrenti, in solido tra loro, ai sensi dell’art. 96 co. 3 c.p.c. al pagamento in favore della resistente di euro 1.266,50.
Si comunichi.
S. Maria C.V., 23.12.2013
Il Presidente delegato
dott. Luca CAPUTO