Locazioni: salvi i pagamenti errati ma in buona fede (Cass. 8581/2012)

Corte di Cassazione, sez. VI-3 Civile, sentenza 19 aprile – 29 maggio 2012, n. 8581

Presidente Finocchiaro – Relatore Lanzillo

Premesso in fatto

 Il 27 febbraio 2012 è stata depositata in Cancelleria la seguente relazione ai sensi dell’art. 380bis cod. proc. civ.:

“1.— C.R. ha proposto al Tribunale di Napoli domanda di condanna di S.G. — conduttore di un appartamento di proprietà di A.G. , deceduto – a versargli i canoni di locazione, per avere egli ereditato l’appartamento in forza di testamento di cui gli ha inviato copia nel 1990.

Il S. ha resistito alla domanda, affermando che egli versava regolarmente i canoni di locazione alla vedova dell’A. , essendovi controversia sui diritti ereditari del C. .

Il Tribunale ha accolto la domanda, condannando il S. a pagare all’attore Euro 27.537,48, oltre interessi legali e rivalutazione, quale importo dei canoni scaduti dal marzo 1990 al settembre 2004.

Proposto appello dal soccombente, a cui ha resistito il C. , la Corte di appello di Napoli ha confermato la sentenza di primo grado, sul rilievo che l’appellato è risultato legittimato a riscuotere i canoni, quale erede dell’appartamento, e che i pagamenti effettuati dal S. alla vedova dell’originario locatore non si possono ritenere effettuati in buona fede, poiché fin dal 1990 il C. aveva sollecitato il S. a versare a lui le somme dovute, inviandogli copia del testamento.

Il S. propone tre motivi di ricorso per cassazione.

L’intimato non ha depositato difese.

2.- Con il primo motivo il ricorrente denuncia omessa od insufficiente motivazione, poiché la Corte di appello non ha in alcun modo indicato da quali clementi di prova abbia tratto il convincimento del diritto del C. alla riscossione dei canoni, essendo la causa fra gli eredi ancora in corso a seguito dell’impugnazione della sentenza emessa in primo grado.

Questa sentenza, fra l’altro, ha riconosciuto al C. il diritto sul solo appartamento occupato dal S. ; non anche sul vano terraneo compreso nella locazione, sicché la somma spettante a titolo di canone avrebbe dovuto essere ridotta in proporzione.

La sentenza impugnata ha altresì omesso di considerare che il S. era obbligato a pagare il canone alla vedova del locatore finché non fosse stato accertato il diritto ereditario del terzo.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione degli art. 1188 e 1189 cod. civ., sul rilievo che erroneamente la Corte di appello ha ravvisato a suo carico gli estremi della mala fede, non avendo egli avuto alcun elemento certo per decidere quali fra gli eredi che si contendevano il diritto sull’appartamento fosse effettivamente legittimato a conseguirlo.

Richiama il principio giurisprudenziale per cui — in tema di pagamento al creditore apparente — occorre tenere conto dei margini di opinabilità e di incertezza nell’individuazione del creditore, sicché non solo il vero e proprio errore di diritto, ma anche il dubbio sulla sussistenza del diritto altrui può costituire buona fede (Cass. civ., sez. 3, 24 novembre 2009 n. 24696).

3.- I due motivi, che possono essere congiuntamente esaminati perché connessi, sono fondati.

La sentenza impugnata ha accertato in fatto che il conduttore ha versato 1 canoni di locazione, dopo la morte del locatore, alla vedova di lui, cioè a persona a cui la legge conferisce il titolo di erede legittima e legittimarla, riservandole una quota di eredità che risulta intangibile non solo sotto il profilo quantitativo, ma anche sotto quello qualitativo, nel senso che il diritto del legittimario potenzialmente si estende alla corrispondente quota di ognuno dei beni che compongono l’eredità (ivi incluso, nel nostro caso, l’appartamento locato al S. , salvi ovviamente i diversi accordi in sede di divisione). Per di più, la vedova del locatore — già con esso convivente — risultava essere mi possesso dei beni ereditari, o quanto meno dell’appartamento in questione, sicché correttamente il conduttore ha versato i canoni alla stessa, facendo affidamento sulla situazione apparente.

Le rivendicazioni ereditarie dei terzi (nella specie, del C. ) non si possono considerare di per sé idonee a creare nei confronti dei debitori dell’eredità un’apparenza diversa, pur se fondate su di uno scritto testamentario, salvo che dal documento risulti in modo incontrovertibile sia il diritto del richiedente, sia la sua idoneità a prevalere anche sui diritti dell’erede legittimarla: circostante che la motivazione della sentenza non ha in alcun modo menzionato. Nella specie risulta anzi il contrario, cioè che vi è una causa in corso fra gli eredi il cui esito è tuttora incerto, ed ancor di più lo era alla data dei pagamenti.

L’onere di dimostrare che il debitore non ignorava la reale situazione, ovvero che l’affidamento di lui è stato determinato da colpa, era a carico del creditore (Cass. civ. Sez. 3, 24 novembre 2009 n. 24696); né vale ad integrare mah fede il mero dubbio sulla corretta soluzione della controversia fra i coeredi, o la mera possibilità che il terzo sia riconosciuto erede: questioni solitamente complesse, che esulano dalle conoscenze e competenze dei debitori dell’eredità (cfr. ancora Cass. civ. n. 24696/2009, cit).

La motivazione con cui la Corte di appello ha ravvisato la mala fede del S. per il solo fatto che gli era stata inviata copia di un testamento — per di più in mancanza di ogni specificazione circa il contenuto del testamento medesimo e la sua idoneità a dimostrare la fondatezza dei diritti rivendicati – è logicamente insufficiente a giustificare la soluzione e giuridicamente scorretta, perché contrastante con i principi che regolano la materia.

In base a tali principi i rapporti ereditati si risolvono fra coeredi e la responsabilità per la restituzione dei frutti (quali sono i canoni di locazione dei beni ereditali) grava, se del caso, sull’erede apparente in favore di chi in definitiva risulti avere i diritti sul bene; non sul terzo che abbia pagato all’erede apparente: fermo restando che come erede apparente deve intendersi chi possa vantare un titolo legale sull’eredità e per di più sia nel possesso dei beni ereditari (cfr. Cass. civ. Sez. 3, 14 ottobre 2011 n. 21288).

4.- Il terzo motivo, con cui il ricorrente lamenta che la Corte di appello abbia omesso di decidere sulla sua eccezione che i diritti del C. non comprendono il vano terraneo, risulta assorbito.

5.- Propongo che il ricorso sia accolto, con decisione in Camera di consiglio”.

– La relazione e stata comunicata al pubblico ministero e ai difensori delle parti.

– Il P.G. non ha depositato conclusioni scritte.

Considerato in diritto

Il Collegio, all’esito dell’esame del ricorso, ha condiviso la soluzione e gli argomenti prospettati dal relatore.

In accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata deve essere annullata, con rinvio della causa alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione, affinché decida la controversia con adeguata motivazione ed uniformandosi ai principi di diritto enunciati nella relazione (parti in corsivo). La Corte di rinvio deciderà anche sulle spese del presente giudizio.

 P.Q.M.

La Corte di cassazione accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione, che deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

Affidamento condiviso: si deve tener conto della scelta del minore per il collocamento (Cass.7773/2012)

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CARNEVALE Corrado – Presidente –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. GIANCOLA M. Cristina – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – rel. Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.M., elettivamente domiciliato in Roma, via Monte Zebio,

n. 28, nello studio dell’avv. BERNARDI Giuseppe, che lo rappresenta e difende, giusta procura speciale in calce al ricorso, unitamente

all’avv. Guido Maria De Georgico;

– ricorrente –

contro

D.P.M.G., elettivamente domiciliata in Roma, via Premuda, n. 18, nello studio dell’avv. RICCI Emilio, che la

rappresenta e difende, unitamente all’avv. Paola Silvia Colombo, giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

nonchè nei confronti di:

PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI APPELLO DI MILANO;

avverso il decreto della Corte di appello di Milano, depositato in data 6 aprile 2011

sentita la relazione svolta all’udienza pubblica del 7 febbraio 2012 del consigliere Dott. Pietro Campanile;

sentito l’avv. Bernardi, che ha chiesto l’accoglimento dei ricorso;

Udite le richieste del Procuratore Generale, in persona del Sost. Dott. Pasquale Fimiani, il quale ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1 – Con decreto depositato in data 27 aprile 2010 il Tribunale per i minorenni di Milano affidava alla madre la minore M. F., nata il (OMISSIS) e figlia naturale, da entrambi riconosciuta, di M.M. e di D.P.M.G., regolamentando i rapporti con il padre, a carico del quale poneva un assegno mensile di Euro 1.500,00, oltre alla partecipazione, in misura paritaria, alle spese straordinarie.

1.1 – La Corte di appello di Milano, Sezione per i minorenni, con il decreto indicato in epigrafe, pronunciando sui reclami proposti dal M. e, in via incidentale, dalla D.P., disponeva, sulla base delle risultanze della già espletata consulenza tecnica d’ufficio e dell’audizione della minore, l’affidamento condiviso della stessa, con collocazione principale presso la madre e con un significativo ampliamento dei rapporti con il padre, a carico del quale veniva disposto un contributo mensile pari ad Euro 1.200,00, oltre al cinquanta per cento delle spese straordinarie.

1.2 – Per la cassazione di tale provvedimento il M. propone ricorso, affidato a sette motivi, illustrati da memoria, cui la D. P. resiste con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

2 – Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione, rispettivamente, all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Si sostiene che la collocazione principale presso la madre della figlia minore confligge con il disagio dalla stessa al riguardo manifestato, dai comportamenti tenuti dalla D.P., ritenuti incompatibili con lo sviluppo di una sano rapporto educativo, a fronte, peraltro, della chiara manifestazione, da parte dell’adolescente, del desiderio di trascorrere maggior tempo con il padre.

Vengono richiamate le difficoltà della madre nel rapporto con la figlia, peraltro evidenziate in sede peritale, nonchè le carenze manifestate durante il periodo di affidamento esclusivo, caratterizzato da sostanziale assenza della D.P., che spesso avrebbe lasciato la giovane presso i nonni materni.

2.1 – Deve preliminarmente rilevarsi l’infondatezza dell’eccezione di inammissibilità del ricorso sollevata dalla D.P. in relazione alla natura del provvedimento impugnato e alla genericità del motivo in esame, che peraltro riguarda sia violazione di legge che vizio di motivazione. Sotto il primo profilo deve richiamarsi l’orientamento, condiviso dal Collegio, secondo cui la L. 8 febbraio 2006, n. 54, dichiarando applicabili ai procedimenti relativi all’affidamento di figli nati fuori dal matrimonio le regole da essa introdotte per quelli (legittimi) in materia di separazione e divorzio, esprime, per tale aspetto, una evidente assimilazione della posizione dei figli di genitori non coniugati a quella dei figli nati nel matrimonio, in tal modo conferendo una definitiva autonomia al procedimento di cui all’art. 317-bis c.c., rispetto a quelli di cui agli artt. 330, 333 e 336 c.c., ed avvicinandolo a quelli in materia di separazione e divorzio con figli minori, senza che assuma alcun rilievo la forma del rito camerale, previsto, anche in relazione a controversie oggettivamente contenziose, per ragioni di celerità e snellezza.

Deve pertanto ribadirsi che i provvedimenti emessi in sede di reclamo dalla corte di appello in materia di affidamento di figli naturali sono impugnabili con ricorso per cassazione Cass. 8 giugno 2009 n. 13183; Cass. 30 ottobre 2009, n. 23032; Cass., 4 novembre 2009, 23411).

Il motivo, poi, risulta formulato in maniera corretta, con specifica indicazione delle incongruenze denunciate sotto il profilo del vizio motivazionale. Deve infine richiamarsi l’orientamento di questa Corte circa l’ammissibilità della deduzione, con unico motivo, di violazione di legge e carenze motivazionali (Cass., Sez. un., 31 marzo 2009, n. 7770; Cass., 18 gennaio 2008, n. 976).

3 – Il motivo è fondato.

Prescindendo dalle risultanze della consulenza psicologica, che ha messo in evidenza una situazione di difficoltà di entrambi i genitori, deve senz’altro condividersi la scelta dell’affidamento condiviso, quale concreta modalità di realizzazione del principio della bigenitorialità.

Non appare, al contrario, sorretta da un adeguato supporto argomentativo l’opzione della collocazione in via principale della giovane presso la madre, fondata, piuttosto che su un giudizio concreto circa le capacità genitoriali della medesima, sul mero auspicio che la D.P. possa “maggiormente soddisfare, trascorrendo del tempo con la figlia in attività condivise, con un maggiore scambio interpersonale affettivo”, quel bisogno attribuito alla fi glia di fruizione di “una figura materna più libera e più calda”. Tale perifrasi, in realtà, sottintende le gravi carenze manifestate dalla madre, e denunciate dal ricorrente, laddove per il futuro si ritiene che una mera raccomandazione possa tener luogo della doverosa constatazione del comportamento tenuto per un periodo significativo e di aspetti della personalità difficilmente modificabili (tanto più che nel ricorso si sostiene, senza che la circostanza venga contestata, che la D.P. non avrebbe ottemperato all’invito del giudice di primo grado di seguire un percorso di sostegno nel rapporto con la minore).

La stessa decisione, ripartendo salomonicamente i periodi di permanenza della figlia presso i genitori, disattende immotivatamente il risultato dell’audizione della giovane, che avrebbe espresso il bisogno “di maggiori spazi di incontro con il padre, avendo chiarito di volersi maggiormente intrattenere e relazionare con la di lui attuale compagna, madre di due giovani figli, la cui compagnia F. gradisce”.

Premesso che i provvedimenti in materia di affidamento non possono consistere in forzate sperimentazioni, nel corso delle quali, come in un letto di Procuste, le reali ed attuali esigenze della prole vengono sacrificate al tentativo di conformare i comportamenti dei genitori a modelli tendenzialmen-te più maturi e responsabili, ma contraddetti dalla situazione reale già sperimentata, deve rimarcarsi che, attesa la primazia “dell’interesse morale e materiale” della prole stessa, la norma contenuta nell’art. 155 sexies, comma 1, nella parte in cui prevede l’audizione del minore da parte del giudice, non solo consente di realizzare la presenza nel giudizio dei figli, in quanto parti sostanziali del procedimento (Cass., Sez. un., 21 ottobre 2009, n. 22238), ma impone certamente che degli esiti di tale ascolto si tenga conto. Naturalmente le valutazioni del giudice, in quanto doverosamente orientate a realizzare l’interesse del minore, che può non coincidere con le opinioni dallo stesso manifestate, potranno in tal caso essere difformi: si impone, tuttavia, un onere di motivazione la cui entità deve ritenersi direttamente proporzionale al grado di discernimento attribuito al figlio. Nel caso di specie, trattandosi di giovane quasi diciassettenne, certamente in grado di valutare le proprie esigenze esistenziali ed affettive, non risultano adeguatamente esplicate le ragioni in base alle quali il desiderio di maggiori spazi nel rapporto con il padre e dell’intensificazione dei rapporti con il nuovo nucleo familiare dallo stesso costituito debba essere frustrato da una collocazione prevalente presso la madre, peraltro in assenza di specifiche e concrete indicazioni al riguardo desumibili da soluzioni già negativamente sperimentate, come la stessa Corte, per altro, ha rilevato.

Si impone pertanto, in accoglimento del motivo in esame, assorbente rispetto alle rimanenti censure, la cassazione del decreto impugnato, con rinvio, per nuovo esame, alla Corta di appello di Milano, che, in diversa composizione, provvedere altresì al regolamento delle spese processuali relative al presnete grado del giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso. Cassa il provvedimento impugnato e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Milano, in diversa composizione.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti menzionati in sentenza.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 7 febbraio 2012.

Depositato in Cancelleria il 17 maggio 2012

Condominio: in assenza di prova niente rimborso all’amministratore per spese anticipate (Cass. 8498/12)

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 24 aprile – 28 maggio 2012, n. 8498

Presidente Oddo – Relatore Piccialli

Svolgimento del processo

G..C. , ex amministratore del Condominio (omissis) , ottenne dal Presidente del locale Tribunale decreto ingiuntivo del 2.2.99 di pagamento della somma di L. 62.749.863, a titolo di rimborso di anticipazioni di spese condominiali, avverso il quale l’intimato condominio propose rituale opposizione, contestando il credito e proponendo domanda riconvenzionale risarcitoria, per assunte negligenze incorse nelle pregresse gestioni. Costituitosi l’opposto, resistette all’opposizione ed alla domanda riconvezionale, che all’esito dell’istruttoria documentale e della consulenza tecnica di ufficio, furono entrambe respinte dall’adito tribunale con sentenza n. 2431 del 28.8.03.

Ma all’esito ed in parziale accoglimento del gravame, cui aveva resistito l’appellato, con sentenza del 21.6 – 9.11.05 la Corte d’Appello di Firenze, revocò il decreto ingiuntivo opposto, confermò la reiezione della residua domanda e condannò il C. alle spese del doppio grado di giudizio. Tali, in sintesi e per quanto ancora rilevate ragioni della suddetta decisione:

a) né dal rendiconto consuntivo della gestione 1995/96, né da quello successivo relativo al 1996/97, contenenti mere elencazioni di spese sostenute dal condominio nei rispettivi esercizi e relative ripartizioni tabellari, approvate dall’assemblea, era dato desumere alcun riferimento a debiti nei confronti dell’amministratore, cui risultavano riconosciuti soltanto onorari per i rispettivi importi di L. 2.200.000 e 2.300.000, non risultando neppure avvisati i condomini di eventuali crediti per le assunte anticipazioni;

b) pur essendovi menzionerei verbale di passaggio di consegne tra il C. ed il successivo amministratore, redatto in data 6.11.97, tra i documenti al secondo consegnatici una “situazione cassa riepilogativa ordinaria e straordinaria dal quale risulta un saldo dare del Condominio al Dr. C. di L. 62, 749.863”, tale documento non poteva comportare il riconoscimento, da parte del nuovo amministratore, dell’assunto credito, non solo perché il medesimo non aveva i relativi poteri dispositivi del diritto, ma anche perché non aveva ancora potuto prendere cognizione della situazione contabile e, dunque, della fondatezza della pretesa creditizia;

c) tale fondatezza, peraltro, il c.t.u. aveva escluso potesse desumersi dalla documentazione acquisita, non avendo rinvenuto alcun documento giustificativo delle assunte uscite. Avverso la suddetta sentenza L..P. , C..C. e M..C. , quali gli eredi di G..C. nelle more defunto, hanno proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi. Ha resistito con rituale controricorso il condominio intimato.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso viene dedotta “violazione e/o falsa applicazione della legge. Intervenuto riconoscimento del debito condominiale in ragione della approvazione dei bilanci con suntivi”, che avrebbe dovuto desumersi dal contenuto del verbale assembleare del 27.6.97, a nulla rilevando che il c.t.u. non avesse potuto esaminare le “pezze d’appoggio”, tenuto conto che l’amministratore era gravato solo dall’onere della rendicontazione al termine degli esercizi, senza neppure utilizzare documenti fiscali, il cui obbligo era stato imposto ai condomini solo nel 1999. Con il secondo motivo si deduce “violazione e/o falsa applicazione della legge. Intervenuta ricognizione del debito in ragione del riconoscimento del nuovo amministratore”, il quale alla data della redazione del verbale, essendo stato già in precedenza nominato dall’assemblea, avrebbe rappresentato a tutti gli effetti il condominio e, per di più, dopo circa un mese e mezzo dall’inizio del suo incarico, sarebbe stato a conoscenza della situazione debitoria condominiale, in virtù dei pregressi bilanci passivi approvati, contesto in cui il tenore letterale della dichiarazione sottoscritta il 6.11.97 non avrebbe potuto che denotare il riconoscimento del debito.

Con il terzo motivo si censura, per insufficiente e contraddittoria motivazione, l’affermazione secondo cui i condomini non sarebbero stati informati della situazione debitoria del condominio, sostenendosi in contrario che da tutti i verbali assembleari, segnatamente da quelli del 14.6.96, 27.6.97 e 26.9.97 avrebbe dovuto desumersi tale conoscenza.

Con il quarto motivo si deduce violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1720 c.c., lamentandosi la mancata applicazione delle norme generali in tema di mandato, cui l’incarico di amministratore sarebbe assimilabile, al riguardo invocate dal C. ed in concreto disattese, nonostante la fornita prova degli esborsi, desumibile dalla copiosa e non contestata documentazione prodotta, costituita dalle “pezze d’appoggio” approvate dall’assemblea, parzialmente riassunte dalle stesse risultanze della consulenza tecnica, riscontrante pagamenti per complessive L. 303.073.457, erroneamente utilizzate nella motivazione.

Con il quinto motivo, infine, si impugna, in via di “ricorso incidentale eventuale” e per omessa pronuncia circa la decadenza del condominio dalla eccezione di carenza di legittimazione passivala reiezione, anziché la, più radicale5dichiarazione di inammissibilità di tale eccezione. Nessuno dei motivi sopra esposti merita accoglimento.

Il primo è inammissibile, perché pur denunciando una violazione di legge, non indica quale norma di diritto sia stata disattesa, ma si risolve in una censura di merito, peraltro nuova, avverso la motivazione, secondo la quale il debito non risultava dai bilanci, anche priva di autosufficienza, laddove omette di riportare i contenuti testuali dei bilanci, nelle parti asseritamente qualificanti i passivi di cassa come rappresentativi di un credito dell’amministratore.

Su analoga tematica questa sezione ha avuto modo di stabilire che “La deliberazione dell’assemblea di condominio che procede all’approvazione del rendiconto consuntivo emesso dell’amministratore ha valore di riconoscimento di debito solo in relazione alle poste passive specificamente indicate; pertanto, ove il rendiconto – che è soggetto al principio di cassa – evidenzi un disavanzo tra le entrate e le uscite, l’approvazione dello stesso non consente di ritenere dimostrato in via di prova deduttiva, che la differenza sia stata versata dall’amministratore con denaro proprio, poiché la ricognizione di debito richiede un atto di volizione, da parte dell’assemblea si un oggetto specifico posto all’esame dell’organo collegiale” (sent. n. 10153/11) Il secondo motivo, che del pari non indica quale norme di diritto sia stata violata, risolvendosi in censure di puro merito, non scalfisce la corretta argomentazione della sentenza impugnata, che, nel ritenere non sufficiente la sottoscrizione del verbale di consegna tra il vecchio ed il nuovo amministratore, menzionante una situazione di cassa contenente un passivo in relazione ad anticipazione di pagamenti ascritte al primo, ad integrare una ricognizione di debito da parte del condominio, risulta sostanzialmente in linea con il principio già affermato, in un precedente in termini, da questa Corteo dal presente collegio condiviso, secondo cui “il nuovo amministratore di un condominio, se non autorizzato dai partecipanti alla comunione, non ha il potere di approvare incassi e spese condominiali risultanti dai prospetti sintetici consegnatigli dal precedente amministratore e pertanto l’accettazione di tali documenti non costituisce prova idonea del debito nei confronti di quest’ultimo da parte dei condomini per l’importo corrispondente al disavanzo tra le rispettive poste contabili, spettando invece all’assemblea dei condomini approvare il conto consuntivo, onde confrontarlo con il preventivo ovvero valutare l’opportunità delle spese affrontate d’iniziativa dell’amministratore”. (sent. n. 5449/99) Irrilevanti risultano, pertanto, le circostanze che il nuovo amministratore, all’epoca del passaggio delle consegne, fosse già stato immesso nell’esercizio delle proprie funzioni ed in grado di rendersi conto della situazione debitoria del condominio, conoscenza che, quand’anche seguita dalla ricezione della documentazione consegnatagli dal precedente amministratore, comunque non avrebbe potuto equivalere al riconoscimento della effettiva sussistenza del credito esposto in tali atti.

Le suesposte considerazioni comportano la reiezione anche del terzo motivo, peraltro esponente un argomento nuovo che non risulta se e come prospettato ai giudici di merito, posto che dalla sola avvenuta conoscenza, da parte dell’assemblea della pretesa creditizia dell’amministratore, non contenente alcun espresso riconoscimento da parte della compagine condominale del debito come proprio, ma solo manifestante una disponibilità a considerarlo tale, subordinata al recupero di quanto dovuto da un condomino moroso, non avrebbe potuto desumersi la ricognizione del debito e l’impegno al relativo pagamento, se è vero che, come risulta dal riportato testo del verbale, la mancata accettazione della condizione determinò la non approvazione del consuntivo sul punto.

Non miglior sorte merita il quarto mezzo, poiché il richiamo alle norme in materia di mandato, pur applicabili secondo la giurisprudenza di legittimità al rapporto tra il condominio e l’amministratore in tema di rimborso delle spese, non mutando i termini di fatto della questione, non avrebbe potuto nel caso concreto condurre a decisione diversa da quella adottata dai giudici di merito, in un contesto caratterizzato dall’assenza di alcuna prova in ordine alta circostanza che l’amministratore avesse provveduto, con danaro proprio, ad anticipare spese per la gestione condomini al e, mancando al riguardo alcun documento giustificativo ed un elenco analitico delle stesse entrate condominiali. Quanto alle censure, in questa sede rivolte alla consulenza tecnica, dalla quale la corte di merito ha tratto conferma del mancato riscontro probatorio della pretesa, non risulta dalla sentenza impugnata, né viene dedotto in ricorso, che le stesse siano state anche formulate in sede di merito, limitandosi il mezzo d’impugnazione a riprodurre uno “schema riepilogativo” già esposto nella comparsa conclusionale di primo grado, così praticamente richiamando un atto di parte, privo di alcuna valenza probatoria e comunque non esplicitante, attraverso le elencate poste contabili, le specifiche ragioni di dissenso rispetto alle conclusioni cui era pervenuto l’ausiliare.

Palesemente inammissibile per difetto d’interesse è, infine, il quinto motivo, in quanto condizionato ad una impugnativa della controparte solo paventatala in concreto non proposta.

Il ricorso va conclusivamente respinto, con conseguente condanna dei soccombenti alle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al rimborso delle spese processuali in favore del resistente condominio, in misura di Euro 3.200, 00, di cui 200 per esborsi.

Praticanti avvocati: il tirocinio è di 18 mesi solo per chi si è iscritto dopo il 24 gennaio 2012.

La legge n. 27/2012 stabilisce che “la durata del tirocinio previsto per l’accesso alle professioni regolamentate non può essere superiore a diciotto mesi”. Questa formulazione ha fatto nascere diversi dubbi, tra cui quello sulla possibile retroattività del provvedimento, in particolare sull’eventuale applicabilità ai praticanti già iscritti alla data di entrata in vigore della legge.

Il Guardasigilli Paola Severino ha quindi trasmesso al CNF il parere dell’Ufficio Legislativo che fornisce chiarimenti sull’applicabilità dell’articolo in questione.

Il parere stabilische che “non sembra che vi siano margini interpretativi per ritenere che le nuove disposizioni sulla durata del tirocinio possano essere applicate retroattivamente”

Pertanto, “in applicazione dei principi generali in materia di efficacia della legge nel tempo – si precisa nel parere – le nuove norme sono dunque destinate a trovare applicazione solo quando il tirocinio è iniziato successivamente al 24 gennaio 2012“.

Anche la Spagna applica la Direttiva sulla mediazione

Articolo pubblicato su Soluzioni ADR

A marzo la mediazione è diventata finalmente legge

Con il Real Decreto-ley 5/2012 del 5 marzo sulla mediazione civile e commerciale, anche la Spagna ha dato finalmente attuazione alla Direttiva 52/2008/CE sulla mediazione. La Spagna era tra quei pochissimi paesi che all’inizio del 2012 non avevano ancora notificato alla Commissione le misure prese in attuazione della direttiva incorrendo in tal modo nella procedura d’infrazione prevista al fine di indurre lo Stato membro a mettersi volontariamente in regola con il diritto dell’Unione. Sebbene lo strumento della mediazione fosse già presente nel Paese da circa un decennio, questo non si è sviluppato in modo rapido e omogeneo. Esistono infatti varie leggi sulla mediazione, prevalentemente in materia familiare, emanate dalle singole Comunità Autonome, che differiscono non poco l’una dall’altra. Finora era dunque quasi completamente assente una legislazione in materia civile e commerciale, eccezione fatta per la Catalogna.

In un sistema giuridico così frammentato, in cui anche la definizione stessa di mediazione è differente da legge a legge, il salto di qualità operato dal Decreto è stato non solo quello di regolamentare interamente la materia della mediazione civile e commerciale, ma anche di dare finalmente una definizione che non riguarda solo ed esclusivamente la materia familiare. Il decreto, coerentemente con ciò che richiede l’Europa, mostra una natura realmente internazionale regolando le controversie transfrontaliere e consentendo a una parte straniera di poter avviare una procedura di mediazione in Spagna, se le rispettive leggi nazionali lo consentono. Sono tuttavia espressamente escluse controversie in materia penale, amministrativa , di lavoro e di consumo.

Le parti possono iniziare una mediazione o volontariamente o per effetto di una clausola inserita in un contratto. Per quanto riguarda la durata, il decreto non contempla nessun limite di tempo alla mediazione, incoraggiando così le parti ad utilizzare il proprio tempo in modo produttivo. Nonostante le innovazioni introdotte, il decreto è in parte lacunoso, specialmente in riferimento alle caratteristiche degli organismi di mediazione e ai criteri di formazione dei mediatori, di cui dà indicazioni di massima (è necessario un corso di formazione specifico e una certificazione), ma anche acquistare un’assicurazione sulla responsabilità civile, rinviando all’approvazione di uno strumento legislativo successivo la loro definizione. A differenza di alcune leggi regionali in materia di mediazione familiare, il decreto non stabilisce le categorie professionali che possono accedere ai percorsi formativi per diventare mediatori. Sotto il profilo dei mediatori accreditati, è interessante l’obbligo posto dal Real Decreto-ley agli organismi di mediazione di rendere pubblico almeno un profilo minimo dei mediatori che operano presso di loro, con riferimento alla formazione ricevuta, all’ambito di specializzazione e all’esperienza acquisita. A controllare l’operato dei singoli mediatori e degli organismi di mediazione sarà l’amministrazione pubblica, che opererà come supervisore ultimo dei servizi di mediazione resi dalle organizzazioni e dai mediatori.

Sebbene questo sia certamente il primo atto nazionale in materia di mediazione, il decreto rispecchia l’urgente necessità di evitare il più lungo passaggio in sede parlamentare, lasciando ad una normativa di livello secondario la determinazione di ulteriori criteri in materia.

Danno biologico: per la Cassazione (7499/12) il risarcimento per la morte di un congiunto non può essere “irrisorio”

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 14 marzo – 14 maggio 2012, n. 7499

Presidente Petti – Relatore Uccella

Svolgimento del processo

Il 3 settembre 2009, decidendo su rinvio disposto da questa Corte con sentenza n. 18163/07, la Corte di appello di Firenze condannava B.L. , Be.Le. e la Fondiaria SAI al pagamento in favore di F.F. , C.M.L. e F.D. della complessiva somma di Euro 1.500/00, comprensiva del danno biologico e di quello morale, loro spettante a seguito del sinistro stradale avvenuto il (OMISSIS) al loro congiunto F.M. , che dopo alcune ore decedette, oltre interessi legali e spese del giudizio e di quelle di cassazione.

Avverso siffatta decisione propongono ricorso per cassazione F.F. , C.M.L. e F.D. , affidandosi ad un unico articolato motivo.

Nessuna attività difensiva hanno svolto gli altri intimati.

Motivi della decisione

Con l’unico ed articolato motivo (violazione ed errata applicazione di norme di legge per errata valutazione del danno subito in proprio dalla vittima F.M. ) i ricorrenti in buona sostanza si dolgono che la liquidazione operata dal giudice dell’appello sia “irrisoria” in riferimento alla fattispecie concreta.

Osserva il Collegio che la doglianza è fondata nei limiti delle seguenti considerazioni.

Dalla sentenza impugnata risulta che il quantum risarcitorio è stato determinato “tenuto conto delle peculiarità della fattispecie concreta, che possono riassumersi nella bravissima sopravvivenza del F.M. all’evento lesivo (appena dodici ore) nonché della gravità delle lesioni personali cui conseguì la morte che escludono una concreta percezione del proprio stato di malattia durante la sopravvivenza” (p.5 sentenza impugnata).

Adottando il criterio equitativo, come forma di liquidazione, il giudice dell’appello ha determinato la somma risarcitoria del danno biologico patito dal F.M. in Euro mille, con aggiunta di interessi al tasso legale dalla data del sinistro alla data dell’effettivo pagamento e quella del danno morale, pari alla metà del danno biologico risarcito (p.6 sentenza impugnata).

In tal modo statuendo il giudice dell’appello: a) non ha tenuto conto dei fattori di personalizzazione che in tal caso debbono valere in modo assai elevato, perché si verte in tema di lesioni di valori inerenti alla persona ed in quanto tali privi di contenuto economico;

b) non ha considerato l’intensità del vincolo familiare, la situazione di convivenza ed ogni altra utile circostanza, quali l’abitudine di vita, l’età della vittima e dei singoli superstiti, mostrando, invece, di privilegiare, in ordine al risarcimento in tal modo da liquidare, una sua funzione reintegratrice di una diminuzione patrimoniale e non già, come è, la sua funzione compensativa del pregiudizio non economico.

Peraltro, la scarna motivazione adottata dal giudice a quo glissa il suo dovere di dare conto, a tali fini, delle circostanze di fatto da lui da considerare nel compiere la valutazione equitativa e della congruità e ragionevolezza dell’iter logico che lo ha condotto a quel determinato risultato.

In tal senso, quanto affermato in motivazione dalla sentenza rescindente di questa Corte non è stato affatto preso in considerazione.

Infatti, con la sentenza n.18163/07 questa Corte accoglieva il ricorso affermando che andava riconosciuto il danno biologico terminale subito dalla vittima, ponendo in rilievo che la quantificazione in via equitativa andava operata in relazione al pregiudizio sofferto, le cui caratteristiche peculiari consistono nel fatto che si tratta di un danno alla salute, che sebbene temporaneo è massimo nella sua identità ed intensità (la decisione richiama Cass. n. 7632/03).

Nel caso in esame il 24 ottobre 1991 perse la vita F.M. , dopo dodici ore dal verificarsi del sinistro.

Il giudice del rinvio ha ritenuto “brevissima la sopravvivenza” del F.M. (dodici ore) e sulla base della “gravità delle lesioni personali riportate” ha escluso una cosciente percezione da parte della vittima del proprio stato di malattia durante la sopravvivenza.

Di qui la “determinazione equitativa”, che non regge, per il semplice motivo che effettivamente è irrisoria e, quindi,non congrua dal punto di vista logico-giuridico solo che si tenga presente che esso va pur sempre quantificato in riferimento al sitz im leben della vittima, al fine di non rivelarsi meramente simbolica.

In altri termini, la quantificazione equitativa, come già precisato da questa Corte con giurisprudenza costante per casi del genere (v. Cass. n. 7632/03; Cass. n. 4980/06), va operata avendo presenti sia il criterio equitativo puro sia il criterio di liquidazione tabellare, purché essi criteri siano dal giudice adeguatamente personalizzati, ovvero adeguati al caso concreto.

Dall’altro, per il danno morale va affermato quanto segue. Con la sentenza n. 26972/08 le Sezioni Unite di questa Corte, componendo un contrasto verificatosi tra le Sezioni, hanno avuto modo di statuire che quando il fatto illecito integra gli estremi di un reato spetta alla vittima il risarcimento del danno non patrimoniale nella sua più ampia accezione, ivi compreso il danno morale inteso quale sofferenza fisica soggettiva causata dal reato, che si trasmette agli eredi. Tale pregiudizio può essere permanente o temporaneo (circostanze delle quali occorre tener conto in sede di liquidazione, ma irrilevante ai fini della risarcibilità) e può sussistere sia da solo sia unitamente ad. altri tipi di pregiudizi non patrimoniali (come quelli derivanti da lesioni personali e, come in questo caso, dalla morte di un congiunto).

Si tratta, infatti, di danno che si configura nella sua più ampia accezione di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica (par.2.10, in motivazione), per cui nella categoria generale del danno non patrimoniale, la formula “danno morale” non individua una autonoma sottocategoria di danno, ma descrive, tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata, sofferenza la cui intensità e durata nel tempo non assumono rilevanza ai fini dell’esistenza del danno, ma solo della quantificazione del risarcimento.

Questo orientamento ormai costituisce jus reception (da ultimo Cass. n. 7064/11) e va ribadito, per cui alla luce di esso si deve ritenere che non può giungersi a quantificazioni simboliche anche laddove le tabelle relative al danno biologico, che, per il caso di specie, stante la statuizione di questa Corte contenuta nella sentenza rescindente, va tenuto fermo, non costituiscano o non possono costituire il risultato minimo conseguibile derivante dalla applicazione delle tabelle stesse.

Peraltro, il giudice dell’appello non ha considerato che sia il danno biologico che quello morale, che ormai costituiscono una sola categoria di danno non patrimoniale, comprendono anche le sofferenze fisiche e morali sopportate dalla vittima che in questo caso è sopravvissuta dodici ore dal verificarsi del sinistro e con una sbrigativa motivazione ha desunto (v.p. 5 sentenza impugnata) che n la brevissima sopravvivenza del F.M. all’evento lesivo (appena dodici ore) nonché la gravità delle lesioni personali cui conseguì la morte” escludessero “una cosciente percezione del proprio stato di malattia durante la sopravvivenza”, trascurando di considerare il pregiudizio sofferto e di cui, invece, si sono fatte carico le Sezioni Unite, in quel lasso di tempo da parte della vittima ed il pregiudizio morale soggettivo derivato ai suoi prossimi congiunti.

Pertanto, la sbrigativa motivazione che si rinviene nella sentenza impugnata sui punti censurati dal ricorso non corrisponde, quindi, agli indirizzi ermeneutici esplicitati da questa Corte, per cui la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla Corte di appello in diversa composizione, che provvederà alla luce delle superiori considerazioni, a decidere in merito nonché sulle spese del presente giudizio di cassazione.

 P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Firenze in diversa composizione, che provvederà anche sulle spese del presente giudizio di cassazione.

Autovelox: per il Ministero devono essere sempre ben segnalati e visibili.

Il Ministero dell’Interno, con parere che pubblichiamo di seguito, ha confermato che le postazioni con dispositivi automatici di rilevamento a distanza della velocità, devono essere sempre ben visibili e adeguatamente segnalate.

Parere Ministero Autovelox

 

Mediazione: dalle ultime statistiche il numero è in netta crescita.

Dalle ultime statistiche si evince come il numero delle istanze depositate, e delle procedure chiuse positivamente, sia in netto aumento, a dispetto di chi non la ama. Evidenti i vantaggi per tutti, da quello deflattivo a quello di risparmio di costi per i singoli utenti e per la comunità.

Articolo Sole 24 Ore 11 maggio 2012

L’appellante può costituirsi in giudizio con velina ma deve depositare l’originale entro la prima udienza (Cass. 6912/12)

L’appellante puo’ costituirsi in giudizio, nel procedimento di secondo grado, anche con il deposito di una velina, purché depositi l’originale dell’atto notificato entro la prima udienza; inoltre, non è necessario che sia fornito di nuovo mandato ad litem, essendo sufficiente quello rilasciato per il giudizio di primo grado, purché il mandato conferito in primo grado faccia espresso riferimento anche all’eventuale giudizio di secondo grado.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 24 febbraio – 8 maggio 2012, n. 6912
Presidente Uccella – Relatore Frasca

Svolgimento del processo

M..G. ha proposto ricorso per cassazione contro la Allianz s.p.a. e P..P. avverso la sentenza del 19 aprile 2010, con la quale il Tribunale di Latina ha dichiarato improcedibile l’appello da lui proposto avverso la sentenza resa in primo grado inter partes dal Giudice di Pace di Latina, che aveva dichiarato la improponibilità della domanda da lui proposta contro gli intimati per ottenere il risarcimento dei danni sofferti in occasione di un sinistro stradale occorso fra la bicicletta di sua proprietà e da lui condotta e l’autovettura di proprietà e condotta dal P. ed assicurata per la r.c.a. dalla Allianz.
Il Tribunale ha dichiarato l’improcedibilità dell’appello, in quanto il G. , dopo avere notificato la citazione d’appello il 18-22.4.2008 aveva iscritto la causa a ruolo nel termine di cui all’art. 165 c.p.c. in relazione all’art. 348 c.p.c. il 23.4.2008 e, tuttavia, nel suo fascicolo di parte non aveva depositato: a) l’originale dell’atto notificato (che aveva invece depositato solo il 14.5.2008) e nemmeno una sua copia, bensì soltanto una velina dell’atto di appello in corso di notificazione; b) la procura, che nell’atto di appello era stata indicata in quella apposta sull’atto di citazione in primo grado, “contenuta nel fascicolo di primo grado di cui è stata disposta la acquisizione d’ufficio solo il 30.9.2008”.
Al ricorso, che prospetta due motivi, ha resistito con controricorso soltanto la Allianz.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso si deduce “violazione e falsa applicazione degli artt. 165 e 347 c.p.c., ex art. 360 n. 3 c.p.c”.
Sulla premessa che l’iscrizione a ruolo era avvenuta tramite deposito di velina conforme all’originale “in quanto l’atto passato per la notifica agli ufficiali giudiziali non era stato restituito nei termini” e che, tuttavia, si era provveduto al deposito dell’originale una volta restituito, si critica la sentenza impugnata per avere essa ritenuto che debba escludersi la decorrenza del termine di costituzione di cui all’art. 165 c.p.c. dal momento in cui venga restituito l’originale dell’atto di appello notificato, perché tale interpretazione determinerebbe una situazione di assoluta incertezza “per l’impossibilità di controllo da parte del giudice – non essendo accettabile, in difetto di specifica previsione normativa, il momento della conoscenza o conoscibilità dell’avvenuta notifica”.
Il motivo è fondato.
La sentenza impugnata mostra di conoscere la giurisprudenza di questa Corte sul raccordo della previsione di cui all’art. 165 c.p.c. con quella di cui all’art. 347, primo comma, perché, dopo avere evocato Cass. nn. 17958 del 2007 e Cass. 13163 del 2007 sul decorso del termine per la costituzione dalla prima notificazione nel caso di pluralità di convenuti di appello, cita espressamene Cass. n. 17666 del 2009 e n. 23027 del 2004, riportandone il principio di diritto. Di seguito, però, osserva – per giustificare il rifiuto di applicare alla vicenda di cui è processo tali precedenti – che “nel caso di specie, tuttavia, il G. non ha depositato all’atto della costituzione una copia dell’atto notificato ma una mera velina dell’atto di appello in corso di notifica”.
In tal modo la sentenza impugnata sembra ipotizzare che, quando i cennati precedenti si riferiscono al deposito di “una copia dell’atto notificato” vogliano alludere ad una copia della citazione recante la relata di notifica.
Ma tale implicito assunto è privo di fondamento, volta che si rilevi che l’art. 148 (e non diversamente fa l’art. 3, primo comma, della l. n. 890 del 1982 a proposito della notificazione a mezzo posta), nel parlare di relazione di notificazione sull’atto distingue fra l’originale e la copia da consegnarsi alla parte cui la notificazione è destinata, per cui è palese che il notificante che iscrive a ruolo la causa prima che l’ufficiale giudiziario gli abbia restituito l’originale non può – per la contradizion che no’l consente – depositare una copia con la relata e ciò per l’assorbente ragione che essa è quella rimessa all’ufficiale giudiziario per la consegna al destinatario. Ciò che può depositare è semmai una copia della citazione, recante uno schema non riempito e, quindi, in bianco, della relata, aggiunto a mani o con mezzi meccanici in calce all’originale, per tale ragione identico a quello presente sull’originale e sulla copia consegnata per la notifica, e predisposto per essere riempito dall’ufficiale giudiziario, cui in alternativa competerebbe di scrivere la relazione o di apporta sull’atto (cioè su originale e copia da consegnarsi al destinatario) con altro mezzo.
Detta copia, però, è una “velina” non diversamente da una copia non recante il detto schema. E ciò perché quest’ultimo, quando c’è, non è riempito del suo contenuto.
I precedenti citati, allora, quando alludono alla copia dell’atto notificato non intendono certamente riferirsi ad una copia recante la relata riempita dei suoi contenuti, ma ad una copia dell’atto conforme all’originale ed alla copia consegnata al destinatario. Intendono cioè sottolineare l’identità della copia dell’atto utilizzata per l’iscrizione all’uno ed all’altra.
Ne consegue che del tutto erroneamente la sentenza impugnata ha considerato non pertinenti i precedenti sopra ricordati perché era stata depositata una velina.
Peraltro, la sentenza impugnata sembra evocare – pur senza citarlo – un precedente di questa Corte, cioè Cass. n. 17009 del 2008 (seguito, poi, da Cass. n. 10 del 2010 e non posto in discussione, come si vede in motivazione, da Cass. n. 17666 del 2009, che anzi mostra di condividerlo, là dove sottolinea che nel caso di cui era investita la copia recava la relata, così mostrando anch’essa di non considerare quanto sopra rilevato circa l’impossibilità che la copia possa recare la relata, cioè una relata riempita di contenuto e, quindi, effettivamente tale), il quale risulta avere così statuito: “Il deposito dell’atto di citazione in appello privo della notifica alla controparte, all’atto della costituzione nel giudizio di secondo grado, determina l’improcedibilità del gravame ex art. 348 cod. proc. civ., essendo privo di effetti sananti l’eventuale deposito tardivo dell’atto notificato in prima udienza, oltre il termine perentorio stabilito dalla legge”.
Questo precedente, effettivamente si trovò ad esaminare un caso nel quale la costituzione dell’appellante era avvenuta mediante deposito di una copia della citazione non recante alcuna notifica e, peraltro, (per come risulta dall’esposizione della motivazione) dopo una notificazione effettuata ad una delle due parti appellate, mentre solo la notificazione all’altra era avvenuta successivamente a quella costituzione (tempestiva rispetto alla prima notificazione).
Nel caso di specie, non si configurava alcuna difformità fra la copia depositata senza alcuna relata di notificazione (ed è da credere senza alcuno schema di relata di notificazione) e la citazione effettivamente notificata.
La dichiarazione di improcedibilità cui pervenne la citata decisione venne giustificata sulla base delle seguenti considerazioni, che muovono dalla premessa della diversità della situazione rispetto alla costituzione in primo grado, nel quale è possibile la costituzione tardiva ai sensi dell’art. 171 c.p.c.: “Discorso diverso merita invece la stessa fattispecie se riferita al giudizio di appello, la cui disciplina, in tema di costituzione in giudizio dell’appellante, per ragioni contrapposte rispetto al giudizio di primo grado, è ispirata a particolare rigore, colpendo con la sanzione della improcedibilità dell’atto di impugnazione la mancata costituzione in giudizio dell’appellante nel termine previsto. La sanzione della improcedibilità, in particolare, sta ad esprimere una valutazione legale in ordine alla necessità di un adempimento – la costituzione in giudizio entro il termine – che il giudice è chiamato ad accertare d’ufficio al fine poter dare seguito e sviluppo al procedimento. La perentorietà del termine di costituzione in appello e la sua rilevabilità d’ufficio in caso di inosservanza stanno d’altra parte a segnalare l’impossibilità di sanare ovvero di considerare mere irregolarità, suscettibili corte) tali di successiva regolarizzazione, imperfezioni e mancanze della costituzione in giudizio dell’appellante tali da impedire l’accertamento della validità ed efficacia dello stesso atto di impugnazione. Questa è la situazione che si riscontra nel caso, come quello di specie, in cui nel costituirsi in giudizio l’appellante depositati un atto di citazione in appello non notificato alla controparte. L’improcedibilità dell’atto di impugnazione discende pertanto direttamente dalla legge: premesso che la costituzione in giudizio implica l’onere di depositare l’atto di citazione notificato e che essa deve avvenire entro il termine di dieci giorni dalla notifica, ne deriva che anche l’atto di citazione notificato, a pena di improcedibilità, deve essere depositato entro e non oltre tale termine. A conferma di tale conclusioni militano anche altri argomenti sistematici. Può così osservarsi che la previsione che demanda al giudice di accertare se la costituzione dell’appellante sia avvenuta entro il termine, imponendogli di adottare, in caso di inosservanza, una pronuncia di improcedibilità, non può non venire estesa anche alla verifica, quale premessa logica e giuridica, della stessa regolarità della costituzione in giudizio o, quanto meno, della circostanza che l’impugnazione sia stata effettivamente proposta, sicché se il giudice non è posto in grado di compiere tale risconto, l’atto di impugnazione va dichiarato ugualmente improcedibile. Non si vede, infatti, come possa ritenersi superabile una condizione di procedibilità attinente alla tempestività della costituzione dell’attore nel giudizio di appello nei casi in cui l’inosservanza riscontrata incida, precludendola, sulla possibilità per il giudicante di verificare la stessa instaurazione del giudizio di secondo grado. Non v’è dubbio, al riguardo, che l’onere di costituzione dell’appellante, imponendo il deposito dell’atto di citazione in appello notificato alta controparte, sia finalizzato anche al preliminare riscontro della effettiva proposizione della impugnazione. La costituzione in giudizio dell’appellante in questo caso è, dunque, priva del requisito necessario per il raggiungimento dello scopo cui è destinato il vaglio di procedibilità che la legge assegna al giudice dell’impugnazione”.
Ora, ad avviso del Collegio queste considerazioni trascurano un dato normativo, del quale, invece, è necessario farsi carico.
L’art. 348, primo comma, dopo che il primo comma dell’art. 347 c.p.c. ha prescritto che “la costituzione in appello avviene secondo le forme e i termini per i procedimenti davanti al tribunale”, così attuando un sostanziale rinvio all’art. 165 c.p.c., dispone che “l’appello è dichiarato improcedibile, anche d’ufficio, se l’appellane non si costituisce in termini”. Ebbene, la sanzione di improcedibilità è ricollegata soltanto all’inosservanza del termine di costituzione e non anche all’inosservanza delle sue forme.
Ne deriva che le conseguenze della scelta del legislatore di applicare la sanzione della improcedibilità, che significano sottrazione dell’inosservanza delle forme al regime delle nullità e, quindi, esclusione dell’operatività del principio della sanatoria per l’eventuale configurabilità di una fattispecie di raggiungimento dello scopo, si giustificano soltanto per il caso di costituzione mancata entro il termine, cioè che non sia mai avvenuta, o sia avvenuta successivamente ad esso. Le conseguenze di una costituzione avvenuta nel termine ma senza l’osservanza delle forme evocate nel primo comma dell’art. 347, essendo il regime della improcedibilità, in quanto di maggior rigore rispetto al sistema generale delle nullità, di stretta interpretazione, soggiacciono, viceversa, al regime delle nullità di cui all’art. 156 ss. c.p.c. e, quindi, vanno disciplinate applicando il principio della idoneità dell’atto al raggiungimento dello scopo e ciò anche attraverso l’esame di atti distinti o di comportamenti successivi rispetto a quello entro il quale la costituzione doveva avvenire.
In questa prospettiva, premesso il rilievo che, essendo il controllo sulla procedibilità demandato alla prima udienza di trattazione – siccome previsto dal secondo comma dell’art. 350 c.p.c. non risulta conferente l’osservazione della decisione sopra ricordata che la costituzione con la copia non notificata mette il giudice nell’impossibilità di controllare la procedibilità sotto il profilo della effettiva proposizione dell’impugnazione: invero, atteso che il controllo dev’essere fatto alla detta udienza, si comprende come la constatazione solo in essa, della conformità della copia (la velina), con cui l’appellante si è costituito, all’originale che egli produca in quella udienza, consente di ritenere che lo scopo della costituzione quoad deposito dell’originale della citazione notificata, mancante al momento della costituzione, ma non prescritta a pena di improcedibilità, risulti raggiunto attraverso la constatazione che la copia è conforme all’originale.
Solo in caso di difformità dall’originale oppure in caso di mancato deposito della copia notificata senza alcuna richiesta o allegazione di ragioni giustificative di una richiesta di rinvio per produrla, emerge che la costituzione mediante il deposito della copia è priva di rispondenza con la vocatio in ius siccome espressa nella citazione notificata e risulta, quindi, che riguardo a quest’ultima nessuna costituzione tempestiva vi è stata. L’appello, per come incardinato presso il giudice d’appello risulta, pertanto, in questo caso improcedibile. Il fatto che l’improcedibilità emerga solo alla prima udienza di trattazione, essendo questo il momento in cui il relativo controllo dev’essere fatto, non contraddice del resto l’indisponibilità della sanzione da parte del giudice in essa espressa, perché il giudice ne rileva le condizioni alla prima udienza di trattazione, ma con riferimento al momento entro il quale l’adempimento previsto a pena di improcedibilità – cioè la costituzione e non le sue forme – doveva compiersi.
D’altro canto, alla prima udienza di cui al secondo comma dell’art. 350 c.p.c. (e, comunque, alla prima udienza del giudizio davanti al tribunale in composizione monocratica, giudice dell’appello sulle sentenze dei giudici di pace), poiché la legge prevede che il controllo della regolarità della costituzione e, quindi, delle ritualità delle sue forme, debba essere compiuto in essa, il giudice, di fronte alla mancata produzione in cancelleria nelle more fra l’iscrizione tempestiva con la velina e l’udienza oppure alla mancata produzione direttamente in udienza, potrà a questo punto, nell’esercizio dei suoi poteri di direzione del procedimento ai sensi del primo comma dell’art. 175 c.p.c. e, particolarmente del sollecito svolgimento del processo, assegnare un termine alla parte appellante a norma dell’art. 152 c.p.c., sì da scongiurare manovre dilatorie, nel quale caso al termine – in quanto ordinatorio e fissato dal giudice – sarà applicabile il regime di cui all’art. 154 c.p.c..
Questa gestione della vicenda esclude la preoccupazione che traspare tra le righe dall’orientamento degli uffici di merito che insistentemente mostra di essere contrario alla ricostruzione qui prospettata, dovendo fare i conti con il probabile fisiologico ritardo nella restituzione degli atti introduttivi notificato al foro, specie nei grandi centri urbani.
Le considerazioni qui svolte si sono reputate, d’altro canto, opportune perché la sentenza impugnata è l’indizio di una non chiara percezione da parte della giurisprudenza di merito dell’esegesi dell’art. 348, primo comma, c.p.c., forse dovuta al mancato approfondimento anche da parte della giurisprudenza di questa Corte dell’esatta dimensione dei termini della iscrizione a ruolo dell’appello mediante una velina in riferimento alla esistenza (o meglio alla necessaria inesistenza) su di essa di una relazione di notificazione.
La loro opportunità non deve sembrare un fuor d’opera nemmeno dopo l’arresto con cui recentemente le stesse Sezioni Unite hanno confermato incidenter che l’iscrizione a ruolo della citazione d’appello può avvenire sulla base di una velina (Cass. sez. un. n. 10864 del 2011), atteso che l’affermazione è stata fatta senza un’espressa considerazione, non necessaria, peraltro, ai tini della questione allora esaminata, della mancanza della relazione di notificazione (o meglio dello schema in bianco di essa nei sensi sopra precisati).
Il primo motivo è, dunque, accolto e la sentenza impugnata è cassata sul punto in cui ha dichiarato l’improcedibilità per essere stata la causa iscritta con una copia non recante alcuna relata di notificazione (o meglio, ripetesi, il suo schema).
Con il secondo motivo si deduce “violazione e falsa applicazione degli artt. 165, 125, 182 e 83 c.p.c., ex art. 360 n. 3 c.p.c., in relazione alla nullità dell’atto di appello per difetto di ius postularteli in quanto all’atto della costituzione non risultava depositata la procura al difensore, rilasciata a margine dell’atto di citazione del giudizio di primo grado, con espressa estensione al giudizio di secondo grado”.
Vi si censura la sentenza impugnata là dove, nella parte finale, ha ritenuto affetto da nullità l’atto di appello perché all’atto della costituzione non era stata depositato la procura, non sussistendo alcun onere del giudice d’appello di ordinare la regolarizzazione ai sensi dell’art. 182 c.p.c..
Ancorché non lo espliciti, la sentenza impugnata è pervenuta a tale conclusione sempre sulla scorta della sua errata esegesi dell’art. 348, primo comma, c.p.c. in relazione al primo comma dell’art. 347 c.p.c., cioè considerando che, quando la prima norma prevede l’improcedibilità, non la riferisce solo all’inosservanza del termine, ma anche delle forme della costituzione. Fra esse, infatti, per il tramite del rinvio dell’art. 347, primo comma all’art. 165 c.p.c. vi è anche il deposito della procura e, dunque, in un caso nel quale lo ius postularteli in appello era stato esercitato sulla base della procura conferita con la citazione di primo grado che abilitava al ministero anche in appello, attraverso la produzione dell’originale (o della copia) della citazione di primo grado recante la procura.
Nella specie, infatti, è pacifico che il qui ricorrente non depositò al momento della costituzione la citazione di primo grado, essa venendo acquisita – come dice la stessa sentenza impugnata – solo per effetto dell’acquisizione del fascicolo d’ufficio del giudice di primo grado il 30.9.2008, evidentemente avvenuta ai sensi dell’art. 347, secondo comma, c.p.c..
Anche questo secondo motivo è fondato.
Questa Corte, già nel vigore del testo degli artt. 347 e 348 anteriore alle modifiche introdotte dalla l. n. 353 del 1990 (il quale imponeva a pena di improcedibilità all’appellante di depositare il proprio fascicolo dopo essersi costituito: art. 348, secondo comma c.p.c., nel testo introdotto dalla l. n. 581 del 1950), aveva ritenuto che “Qualora la procura al difensore dell’appellante sia stata rilasciata in calce alla copia notificata della citazione di primo grado, con espressa estensione al giudizio di secondo grado, e l’atto di gravame ne faccia precisa menzione, il suo mancato inserimento nel fascicolo dell’appellante medesimo, tempestivamente presentato a norma dello art. 348 secondo comma cod.proc. civ., non comporta l’improcedibilità del gravame ove sia suscettibile di successiva regolarizzazione ex art. 182 cod. proc. civ.,su invito dell’istruttore (o su iniziativa spontanea della parte), mediante la produzione del fascicolo di primo grado contenente detta copia notificata della citazione introduttiva”. (Cass. n. 3342 del 1982).
Con riferimento a fattispecie soggetta al regime successivo alla l. n. 353 del 1990 a sua volta, senza particolari motivazioni e senza percepire il cambiamento dell’art. 348 c.p.c., il riferito precedente è stato reiterato da Cass. n. 6327 del 2006.
La sua giustificazione, nel regime attualmente vigente, si fonda sia sulla ricostruzione del significato dell’art. 348, primo comma, nel senso che sanzioni solo l’inosservanza del termine di costituzione e non delle sue forme e, quindi, delle produzioni che dovrebbero farsi a norma dell’art. 165 c.p.c, sia – qualora non risulti che la citazione di primo grado recante la procura sia contenuta nel fascicolo del giudice di primo grado doverosamente acquisito ai sensi dell’art. 347, primo comma, c.p.c. (ad esempio, perché, la parte aveva ritirato il suo fascicolo che conteneva l’atto), sul carattere altrettanto doveroso del potere del giudice di ordinare la produzione ai sensi dell’art. 182 c.p.c. (come ampiamente argomentato da Cass. n. 10123 del 2011).
La sentenza impugnata dev’essere, pertanto, cassata anche in accoglimento del secondo motivo.
La cassazione comporta il rinvio al Tribunale di Latina, perché decida, in persona di diverso magistrato addetto all’ufficio, sull’appello, considerandolo procedibile.
Al giudice del rinvio è demandato di provvedere sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata a rinvia al Tribunale di Latina, che deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione, in persona di diverso magistrato addetto all’ufficio.