Per il Presidente Emerito della Consulta, Giovanni Maria Flick, la Mediazione è fondamentale.

In un’intervista al TG1 di questa mattina il Presidente Emerito della Corte Costituzionale e giurista di grande prestigio, Giovanni Maria Flick, ha avuto parole di elogio per la Mediazione, definendola “fondamentale”.

Questo è il video: Intervista Flick Mediazione

Per il Tribunale di Como il verbale di mediazione in materia di usucapione è trascrivibile ai sensi dell’art. 2643 c.c.

REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE DI COMO

SEZIONE DISTACCATA DI CANTU’

In composizione monocratica, in persona del Dott. Marco Mancini, esaminati gli atti e sciolta la riserva, ha emesso la seguente

ORDINANZA

Nella causa iscritta al n. __/2011 R G

Promossa da: omissis

Contro: omissis + altri

Nonché contro: omissis

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L’attore ha domandato l’accertamento dell’illegittimità dell’uso a parcheggio della corte comune. L’atto di citazione risulta notificato prima dell’entrata in vigore del D. Lgs n. 28/2010. I convenuti hanno proposto in via riconvenzionale l’accertamento dell’usucapione della corte comune nelle parti destinate a parcheggio, chiedendo inoltre di essere autorizzati alla chiamata in giudizio di un terzo, quale comproprietario della corte. Gli attori hanno chiesto inoltre l’integrazione del contraddittorio nei confronti di altri terzi comproprietari del bene, in qualità di litisconsorti necessari. La domanda riconvenzionale di usucapione è stata proposta dopo l’entrata in vigore del D. Lgs. N 28/2010 e dunque nella vigenza della mediazione ed obbligatoria per le controversie identificate dal legislatore nell’art. 5 c. 1 del citato decreto. Seppur sia da escludere che l’usucapione costituisca un diritto reale, essendo invece un modo di acquisto della proprietà a titolo originario mediante il possesso continuato nel tempo, tuttavia la domanda di usucapione rientra senza dubbio nell’ambito della mediazione obbligatoria, costituendo una domanda relativa a «controversie in materia di diritti reali» assoggettate al tentativo obbligatorio di mediazione di cui all’art. 5 D.L.vo n 28/10.

Ciò posto, le principali questioni che si pongono sono le seguenti: 1) la compatibilità o meno tra l’istituto della mediazione e l’usucapione; 2) il rapporto tra mediazione e cumulo di domande

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La prima questione è stata già risolta in modo contrastante dalla recente giurisprudenza di merito. Mentre ilTribunale di Roma (Sez. V, decreto 6 – 22.7.2011), seguito da Tribunale di Varese (ordinanza 20.12.2011) ha affermato che il negozio di accertamento, a seguito di mediaconciliazione, non può essere trascritto in quanto non è riconducibile a nessuna delle ipotesi previste all’art. 2643 c.c.. Dall’altro, di opinione del tutto opposta, il Tribunale di Palermo (Sez. Bagheria, ordinanza 30.12.2011) ha ritenuto che il verbale di mediazione, al pari della sentenza, è pienamente trascrivibile.

Tale impostazione appare condivisibile.

L’art. 11, co. 3, del d.lgs. n. 28 del 2010 dispone: «Se con l’accordo le parti concludono uno dei contratti o compiono uno degli atti previsti dall’articolo 2643 del codice civile, per procedere alla trascrizione dello stesso la sottoscrizione del processo verbale deve essere autenticata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato».

Tale disposizione costituisce un’applicazione dell’art. 2657 c.c. secondo cui la trascrizione non si può eseguire se non in forza di sentenza, di atto pubblico o di scrittura privata con sottoscrizione autenticata o accertata giudizialmente.

Le ragioni principali che ostacolerebbero la trascrivibilità dell’accordo di mediazione sono rappresentate dal fatto che: 1) detto accordo conciliativo, avendo il valore di mero negozio di accertamento, con efficacia dichiarativa, finalizzato a rimuovere l’incertezza, mediante la fissazione del contenuto della situazione giuridica preesistente, non si risolve in uno dei contratti di cui all’art. 2643 c.c., «perché non realizza un effetto modificativo, estintivo o costitutivo»; 2) la legge non ha previsto la trascrivibilità dell’accordo ai sensi dell’art. 2657 c.c., e nemmeno è titolo trascrivibile neanche ai sensi dell’art. 2651 c.c., che prevede la trascrizione delle sentenze che accertino l’avvenuta usucapione del diritto di proprietà o di altro diritto reale.

I dubbi espressi appaiono superabili.

In primo luogo, si osserva che, mentre in giurisprudenza è unanime l’opinione che il negozio di accertamento sia ammissibile ed abbia una funzione distinta dai negozi di disposizione patrimoniale, la dottrina ha manifestato dubbi con riguardo al negozio giuridico di accertamento di fatti o rapporti, in quanto la funzione dichiarativa è in contraddizione con la tradizionale concezione del negozio come atto costitutivo, traslativo, modificativo o estintivo di diritti. In particolare, una parte della dottrina individua una duplice natura del negozio di accertamento che, accanto alla funzione dichiarativa, svolgerebbe una funzione risolutiva della lite, come ad esempio la transazione o la rinunzia o il riconoscimento, figure tipiche di accertamento privato di contenuto negoziale con funzione di eliminazione della lite. Altra parte della dottrina assume voce l’assoluta incompatibilità tra l’idea di accertamento e l’idea di negozio, escludendo che la transazione possa avere una funzione di mero accertamento. Si afferma che quando il sistema attribuisce alle parti il potere di regolamentare i propri interessi, ad essi non è dato il potere di accertare un fatto o un effetto (così come, al contrario, vi è nella sentenza), ma quello di disporre del diritto.

Orbene pur nel rispetto delle contrapposte tesi dottrinarie e giurisprudenziali sommariamente indicate, ai fini dell’individuazione della natura e rilevanza dell’accordo di mediazione, non pare che tale istituto possa qualificarsi esclusivamente quale mero negozio dichiarativo (così come una sentenza di accertamento che attribuisca la proprietà del bene all’attore per avvenuta usucapione).

Infatti, l’accordo di mediazione – che potrà assumere le forme più varie per risolvere la lite (come ad esempio attraverso la rinunzia al diritto di proprietà ovvero la rinuncia alla domanda di usucapione a fronte del pagamento di una somma di denaro), senza coincidere con il contenuto della pronuncia giudiziaria richiesta da parte attrice – è espressione del potere negoziale delle parti ex art 1321 c.c. in quanto attraverso di esso viene regolamentata la situazione giuridica sostanziale.

E ciò è ammesso dall’ordinamento in virtù della meritevolezza della sua causa giuridica, che caratterizza il contratto di transazione.

L’accordo di mediazione avrà ad oggetto il diritto reale, ma non il fatto attributivo di esso, ossia l’avvenuta usucapione. La parte che si vedrà trasferito il bene lo acquisterà a titolo derivativo in quanto lo strumento utilizzato per la traslazione è il verbale di mediazione e non a titolo originario come invece nel caso di accertata usucapione mediante sentenza.

Alla luce di quanto esposto, si può concludere che l’accordo di mediazione con cui si attribuisce un diritto reale è trascrivibile, non certo ai sensi dell’art. 2651 c.c. bensì ai sensi dell’art 2643 n. 13 c.c. in relazione all’art. 11 del D Lgs n. 28/2010, perché in esso non vi è altro che una transazione.

Del resto, occorre prendere atto della scelta adottata dal legislatore nell’art. 11 del citato decreto e interpretarla in modo da favorire l’applicazione del procedimento di mediazione in funzione deflattiva del contenzioso giudiziario.

Alla luce di quanto sopra, anche la domanda di usucapione pare debba essere assoggettata a mediazione.

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La seconda questione consiste nel verificare cosa accada quando – all’interno di un processo pendente con domanda principale non assoggettata a mediazione – venga proposta una domanda riconvenzionale inerente a materie (come quella dei diritti reali nel cui ambito è sussumibile la domanda di usucapione) per cui si debba disporre il rinvio in mediazione . In tal caso, occorre verificare se la mediazione debba investire, oltre che la domanda riconvenzionale, anche tutto il processo, ivi compresa la domanda principale non assoggettabile a mediazione.

Al riguardo, gli interpreti hanno enucleato due opzioni interpretative: l’una estensiva e l’altra restrittiva.

La prima coerente con il dato normativo. L’art. 5, co 1, del decreto citato – dopo aver stabilito che “chi intende esercitare in giudizio un’azione relativa ad una controversia in materia di… è tenuto preliminarmente a esperire il procedimento di mediazione” – prevede che “l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale”. L’interpretazione letterale dell’art. 5 del d. lgs. N. 28/2010 non consente di distinguere tra domande principali e domande proposte successivamente. Manca quindi un’espressa disciplina di tali ipotesi. Infatti, l’onere del preventivo tentativo di mediazione è previsto con riguardo ad ogni singola domanda da far valere in giudizio e quindi indipendentemente dalla posizione processuale (di attore o convenuto). Non è risolutivo nemmeno l’art. 4 co 1 d lgs cit. che si limita a disporre: «in caso di più domande relative alla stessa controversia, la mediazione si svolge davanti all’organismo presso il quale è stata presentata la prima domanda». Come si nota, tale disposizione non disciplina l’ipotesi del cumulo processuale delle domande ma soltanto la competenza sulla mediazione.

Da tale impostazione consegue che, in caso di domanda riconvenzionale rientrante nelle materie assoggettate a mediazione, vi è l’obbligo di fissare nuova udienza dopo la scadenza del termine di cui all’art. 6 d. lg. cit. per consentire alle parti di sperimentare il tentativo di mediazione omesso.

La dottrina ha invece criticato tale conclusione, preferendo un’interpretazione più restrittiva che escluda l’assoggettamento a mediazione per ogni domanda giudiziale proposta in corso di causa. Secondo tale impostazione, il principio della ragionevole durata del processo e il divieto di abuso del processo impongono che la mediazione sia esperita soltanto prima della domanda principale e non anche di quella riconvenzionale, onde evitare l’allungamento dei tempi processuali e il prevedibile aumento delle spese conseguente alla reiterazione dei procedimenti di mediazione.

L’approccio restrittivo non convince, parendo superabili le ragioni che lo sorreggono.

Anzitutto, a fronte della dilatazione dei tempi processuali, è ben possibile la separazione della domanda principale da quella riconvenzionale ai sensi dell’art 103 co 2 cpc.

Inoltre, l’esclusione della mediazione per la domanda riconvenzionale determinerebbe un’ingiustificata disparità di trattamento fra l’attore – il quale solo sarebbe tenuto a proporre la mediazione sulla sua domanda e a differire la sua tutela giurisdizionale – e il convenuto – sul quale non graverebbe alcun onere preventivo, con attribuzione di un privilegio contrastante con il principio di eguaglianza ex art. 3 Cost..

Alla luce di quanto sopra si ritiene condivisibile il primo orientamento con la conseguente necessità di assoggettare a mediazione anche la domanda riconvenzionale per la quale  non risulta sperimentato il tentativo di mediazione omesso.

Tuttavia, nella fattispecie in esame – ove la necessità del rinvio in mediazione concerne appunto la sola riconvenzionale – ben si comprende come la trattazione congiunta delle domande dell’attore e del convenuto ritardi e renda più gravoso il processo.

Si ritiene pertanto necessario, ai sensi dell’art. 103 co. 2 c.p.c. , separare la domanda riconvenzionale dalla domanda principale.

Non va sottaciuto però che la separazione, creando lo sdoppiamento della causa può pregiudicare sia il ruolo, già gravoso, dell’Ufficio sia l’interesse delle parti che dovranno sopportare il peso e il costo di due cause.

Prima della separazione, sarebbe opportuno acquisire l’eventuale consenso delle parti per portare davanti ai mediatori non solo la domanda riconvenzionale ma anche la domanda principale, attesa l’intimo collegamento tra le due domande dell’attore e del convenuto. In tal modo, potrebbe evitarsi la separazione del processo, rinviando entrambe le domande cumulate a nuova data e rimettendo la causa riconvenzionale davanti ai mediatori, a titolo di mediazione facoltativa sollecitata dal giudice.

Ancor prima dell’eventuale acquisizione del consenso delle parti su quanto indicato, è necessario rinviare la causa per verificare la regolarità della notificazione nei confronti del terzo Br. Nonché per integrare il contraddittorio con i terzi comproprietari del bene oggetto della domanda di usucapione.

Infatti, il rinvio dell’udienza per acquisire il consenso delle parti al rinvio in mediazione di tutta la causa, contestualmente all’imposizione degli adempimenti per la verifica della regolare instaurazione del contraddittorio, sarebbe una soluzione attuativa del principio costituzionale della ragionevole durata del processo; ma si impedirebbe alle parti ancora non presenti in giudizio di evidenziare le ragioni per cui non andrebbe effettuata la mediazione obbligatoria ovvero di non dare il consenso sulla mediazione delegata e potrebbe comportare, in caso di presentazione davanti al mediatore del chiamato in mediazione, la sopportazione di costi ad opera di quest’ultimo soggetto ancora non costituito in giudizio e la necessità per lo stessi chiamato, in caso di sua contumacia nel procedimento di mediazione, di dover motivare il giustificato motivo della sua assenza qualora decidesse di costituirsi poi in giudizio e ciò al fine di evitare le conseguenze negative previste all’art. 8, comma 5, d.lgs. 28/10.

Al riguardo, la Corte di Cassazione ha evidenziato che l’ordinamento vigente impone la necessità di interpretare ed applicare la normativa processuale in armonia con il principio di cui all’art. 11 Cost. sulla ragionevole durata del processo, ma a patto che siano rispettati il principio del contraddittorio e il diritto di difesa (v. Cass. Civ Sez. unite n. 26373/2008; Cass, Sez. III n. 4342/2010).

P.Q.M.

dispone l’integrazione del contraddittorio nei confronti di tutti I litisconsorti necessari, comproprietari della corte, a cura della parte più diligente mediante notifica dell’atto di chiamata in giudizio entro 60 gg dalla comunicazione della presente ordinanza, nel rispetto dei termini liberi a comparire ex art. 163 bis cpc;

fissa l’udienza ex art 183 cpc al 15.10.2012 ore 9:00, anche al fine di verificare la regolarità della notificazione nei confronti del terzo chiamato Br. E di acquisire, preliminarmente alla separazione della domanda principale dalla domanda riconvenzionale assoggettata a mediazione, il consenso delle parti nei sensi di cui in motivazione.

Si comunichi

Cantù il 2 febbraio 2012

IL GIUDICE

Alcuni aspetti interessanti circa l’entrata in vigore dell’obbligatorietà della mediazione in materia condominiale.

Come noto, dopo il rinvio di dodici mesi disposto lo scorso anno, il 20 marzo è entrata in vigore l’obbligatorietà anche per quanto riguarda, come dice molto sinteticamente l’art. 5 del D.Lgs. 28/10, la materia di condominio, con l’auspicio che molte di questo genere di controversie possano essere chiuse senza arrivare in Tribunale.

Vorrei iniziare con una battuta: mai come in questo periodo ho avuto, come avvocato, tanti contatti con amministratori di condominio i quali, al di là della confusione che regna sovrana (“è già entrata in vigore….oppure “non posso più fare i decreti ingiuntivi ai morosi” e così via), sono giustamente tormentati da mille dubbi, che peraltro spesso sono gli stessi che ci dobbiamo porre noi Mediatori.

Sorgono quindi diverse questioni da affrontare, che affronterò in questo brevissimo contributo che non pretende di essere esaustivo.

La prima riguarda la legittimazione dell’amministratore a partecipare, sia come istante che come convocato, alla procedura di mediazione. A mio parere, l’amministratore, quale rappresentante legale del condominio, è legittimato a partecipare alla procedura senza la previa autorizzazione dell’assemblea, in quanto gli è attribuita ex lege la legittimazione processuale, attiva e passiva, ovviamente solo nei limiti delle sue peculiari attribuzioni (art. 1130 c.c.); buon senso, sempre a mio modesto parere, consiglierebbe però di informare immediatamente l’assemblea, soprattutto nel caso in cui il Condominio sia parte convocata. Quando la questione dovesse oltrepassare i suoi poteri, ritengo che dovrebbe chiedere l’autorizzazione preventiva sia in caso di chiamata attiva che passiva.

In ogni caso, dato che l’eventuale accordo diventa vincolante per il Condominio e quindi per i condomini, è evidente la necessità della sua approvazione assembleare, sia per l’ordinaria che per la straordinaria amministrazione. In sostanza, ciò che avrà compiuto l’amministratore, a meno che non vi sia stata una delibera preventiva, può qualificarsi come una mera trattativa che poi l’assemblea dovrà ratificare; come detto, però, ritengo che sia possibile anche che l’amministratore, sia che agisca come istante che come chiamato, possa essere munito di una deliberazione assembleare valida che gli fornisca dei margini su cui operare, in modo che si presenti in Mediazione con la concreta possibilità di chiudere la questione. Sarebbe forse addirittura consigliabile che qualche condomino (i consiglieri di palazzina, ad esempio) accompagni l’amministratore agli incontri.

Per quanto riguarda le maggioranze necessarie per l’approvazione delle delibere, volendo ricordare che l’accordo di mediazione può essere configurato come una transazione, dobbiamo distinguere tra accordi che incidono sui diritti dei condomini e quelli che invece contengano solamente una regolamentazione economica dei rapporti tra le parti. Nel primo caso riteniamo che sia consigliabile (se non indispensabile) l’approvazione all’unanimità; nel secondo probabilmente è sufficiente l’approvazione con le maggioranze previste dal codice e dal regolamento di condominio. Trattandosi comunque di materia nuova, saranno la pratica e l’eventuale giurisprudenza a chiarire i dubbi.

Infine, un brevissimo accenno sulla tipologia delle controversie condominiali che saranno soggette al tentativo di mediazione. Senza voler fare un elenco, crediamo di poter dire che saranno ricomprese nell’obbligatorietà, data la (voluta?) genericità della norma, tutte quelle controversie in cui la questione riguardi la disciplina condominiale, dall’approvazione delle tabelle millesimali, all’approvazione e alla modifica del regolamento, alle problematiche sull’incarico dell’amministratore ed il suo svolgimento, alla quantificazione e ripartizione delle spese e così via.

In tutto ciò, naturalmente, andrà anche tenuto presente, a seconda della natura della controversia, il ruolo di eventuali condomini che (ad esempio) l’istante sostenga stiano utilizzando i servizi condominiali in modo inappropriato, e che dovranno ovviamente essere chiamati in mediazione. La pratica quotidiana, e la preparazione dei mediatori, dovranno chiarire al meglio tutte le problematiche che inevitabilmente si presenteranno.

Mediazione e referendum: un altro interessantissimo contributo di un illustre Avvocato di Napoli.

Pubblichiamo di seguito un interessantissimo contributo, originariamente inserito su Facebook, dell’avv. Vincenzo Ferrò, del Foro di Napoli, proprio quello in cui è sorta l’iniziativa del referendum abrogativo:

L’accanimento profuso da un Organo Istituzionale, quale quello dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, nei confronti di un Istituto legislativamente normato, non trova spiegazione tecnico – giuridica se non in un’ottica di illogico ed anacronistico, quanto improbabile, tentativo di restaurazione di uno status quo ante che mai potrà essere ripristinato o restaurato.

L’azione irruenta, compiuta dall’Avv. Francesco Caia, viene a collocarsi in un substrato socio – professionale che non può consentirgli e, di fatto, non gli consente, l’adozione di strumenti – legittimi in ogni caso – di contrasto ad una norma che, ad un anno dalla sua entrata in vigore, ha già attecchito nella coscienza e nella conoscenza dell’utente del diritto.

Probabilmente l’Avv. Francesco Caia, pervaso dal furor operandi, ha tenuto poco o punto conto di una circostanza fondamentale, quella della rappresentatività; ha probabilmente dimenticato di essere Organo di Rappresentanza, nella qualità di Presidente del COA di Napoli, di una NON sparuta minoranza, quella degli oppositori al D.Lgs. 28/2010, bensì di tutti gli Avvocati iscritti all’Albo;

ha dimenticato senz’altro che tantissimi Avvocati iscritti all’Albo di Napoli sono ANCHE Mediatori Professionisti;

ha dimenticato che non può assumersi, tout court, la rappresentanza universale dell’Avvocatura napoletana, errore già commesso da De Tilla nel proprio ambito, all’atto in cui ha, più e più volte, asserito che i 250.000 Avvocati italiani sono rappresentati dall’OUA.

L’Avv. Francesco Caia, inizialmente strenuo fautore della Mediazione, ha improvvisamente mutato radicalmente il proprio orientamento; perché?

Ciò che balza prioritariamente in mente, soprattutto alla luce dei ricordi dei corsi effettuati da ADR Concilmed, puntualmente ed entusiasticamente inaugurati dall’Avv. Francesco Caia (ne conservo gelosamente ed affettivamente i filmati), efficace ed esperto “introduttore” dei corsi stessi, è l’entusiasmo iniziale del Caia stesso, nei confronti dell’Istituto, entusiasmo che mal si attaglia con il nuovo corso, decisamente ed evidentemente revanscista, adottato da tutto il COA di Napoli, Caia in testa..

L’Avv. Francesco Caia, nella qualità di Presidente del COA di Napoli, NON DEVE dimenticare che:

1= E’ il “Presidente di tutti”, ovvero anche degli Avvocati che hanno acquisito la qualifica di Mediatori Professionisti che, credetemi, sono tanti;

2= Non può arrogarsi la facultas deliberandi sulle spalle dei propri iscritti, essendo il Presidente di un Organo Istituzionale;

3= NON DEVE MAI dimenticare quelle che sono le attribuzioni ex lege di un Organo periferico Istituzionale, quale un Consiglio forense territoriale e, conseguentemente, non può assumere iniziative motu proprio, esorbitanti le attribuzioni di propria competenza, derivante gli ope legis;

4= Deve ricordare che rappresenta ANCHE gli Avvocati Mediatori, meritevoli di tutela e NON già di abbandono e di plurireiterato discredito.

Queste motivazioni possono apparire campanilistiche, in quanto circoscritte al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, ma, riflettendo attentamente, l’azione svolta dall’Avv. Francesco Caia è destinata, per sua natura genetica, ad esorbitare dai confini territoriali per sfociare in un delta nazionale, legittimato da un, se pur sparuto rispetto alla globalità (2.000 Avvocati), ma legittimamente abilitato, Congresso che, forte di una minoranza pari allo 0,9% del totale, si è arrogato il diritto di decidere per 250.000 unità.

Si pone, quindi, un problema di rappresentanza.

1= Chi rappresenta l’OUA, guidato dall’urlante Maurizio De Tilla? Quali COA aderiscono all’OUA? E quanti Avvocati iscritti ai COA aderenti aderiscono all’OUA? Non è dato saperlo ai comuni mortali, ma tale fattispecie sarà oggetto di approfondite indagini.

2= Chi rappresenta la Cassa di Previdenza? TUTTI E NESSUNO, essendo per noi Avvocati obbligatoria l’iscrizione alla Cassa; si pone, pertanto, nella fattispecie congressuale, un ulteriore problema o questione di rappresentanza: era la Cassa legittimata ad esprimersi non essendo stata investita da un mandato elettivo della (uso un termine a me odioso) base?

3= Che ruolo ha il Cnf? Poteva, l’inquilino di Via Arenula, schierarsi pro o contro una norma dello Stato? A VOI la risposta!

Riteniamo che il nostro gruppo debba proseguire la propria azione non solo e non tanto (forse) orientandosi nel contrasto all’indizione del referendum abrogativo, ma deve ampliare i propri orizzonti, comprendere da dove effettivamente provengono gli attacchi e reagire con i mezzi che la Legge consente.

Caro…………, concordo pienamente con Voi allorquando tendete a minimizzare quelli che potranno essere gli effetti del referendum, sono consapevole del suo sicuro fallimento, ma riflettiamo; non è certamente il referendum che ci fa paura (a prescindere che a noi nulla fa paura e questo gruppo ne è la palese dimostrazione), ma dobbiamo valutare che la mozione istitutiva del referendum è stata approvata dal Congresso Forense, composto da 2.000 anime, esprimenti non so quanti, ma tanti COA, includenti 250.000 Avvocati, dotati di mezzi economici, mediatici, propagandistici, anche a livello Istituzionale (vedi CNF); ergo la loro capacità di orientare la pubblica pinione è notevole ed in ciò ha ragione …………., la cui azione, posta in parallelo alla nostra, è perfettamente condivisibile ed attuabile, anzi da attuare senz’altro.

Vi chiedo scusa, ma credo che la lotta contro il referendum debba essere perseguita ed implementata; solo così riusciremo a combattere il revanscismo restauratore ed affermare la validità riformistica che ci appartiene.

Vincenzo Ferrò”

Complimenti al Collega per la chiarezza della sua tesi e per la pacatezza con cui l’ha esposta.

Mediazione e referendum: alcuni pareri

Come noto, al congresso di Milano, su iniziativa dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, che da una parte crea l’Organismo di mediazione e dall’altra partorisce curiose iniziative, è stato deciso di dare il via ad un’iniziativa titanica e con ben poche probabililtà di successo: il referendum per l’intera abrogazione del D. lgs. 28/2010.

L’ottimo Collega Carlo Alberto Calcagno, avvocato e mediatore, ha pubblicato un interessante contributo al riguardo, che potete trovare al seguente link:

Il blog dell’Avv. Carlo Alberto Calcagno

Mi permetto anche di segnalare il parere dell’avv. Mario Tocci, il cui contenuto non posso che condividere interamente:

Ho iniziato a valutare – nell’ottica e a monte della costituzione del Comitato per il No all’eventuale referendum che dovesse allestirsi in relazione alla normativa sulla mediazione – i presupposti giuridici dell’inammissibilità dell’eventuale consultazione referendaria di cui trattasi.

Personalmente ritengo che il decreto legislativo 28/2010 rientri nel novero delle cosiddette “leggi comunitariamente necessarie”.

In merito ai requisiti per l’ammissibilità del referendum abrogativo, la Corte costituzionale, partendo dal limite degli obblighi internazionali sancito dall’art. 75 Cost., ha elaborato una giurisprudenza che ad esso riconduce anche un nuovo limite, quello delle “leggi comunitariamente necessarie”.

Orbene, fin dal 2000, la Consulta non ha ritenuto ammissibile il referendum su quelle leggi che sono indispensabili affinché lo Stato italiano non risulti inadempiente rispetto agli obblighi comunitari, dal momento che l’eliminazione di tali norme è possibile solo con la contemporanea introduzione di disposizioni conformi al diritto dell’UE (sentt. nn. 31, 41 e 45 del 2000).

Espunto dall’ordinamento interno il decreto legislativo 28/2010, si creerebbe un vulnus con riferimento alla conformità comunitaria dell’ordinamento stesso.

E, da ultimo, peraltro, la Corte Costituzionale si è pure preoccupata di non violare la cosiddetta “clausola di stand still”, enucleata dalla Corte di Giustizia, secondo la quale anche in pendenza del termine di recepimento delle direttive gli Stati non devono adottare normative interne in grado di ostacolare o ritardare l’applicazione del diritto comunitario; difatti, con le summenzionate sentenze nn. 41 e 45 del 2000, la Consulta ha ritenuto inammissibili quesiti volti ad eliminare disposizioni vigenti già conformi a direttive comunitarie in via di recepimento, sulla base della tesi secondo cui non può crearsi una disciplina nazionale in conflitto con i principi contenuti nelle direttive da attuare

In ogni caso, per quel che mi riguarda, ben venga il referendum: ammesso e non concesso che qualcuno vada a votare, credo che gli italiani non siano così ingenui da non capire quando una legge è a favore della collettività.

Unioncamere: con mediazione civile 15 accordi al giorno.

Da un articolo di AGO (Agenzia Giornalistica Online)

“Ad un anno di distanza dall’introduzione della mediazione civile, che da domani estenderà il suo campo d’azione anche alle controversie inerenti il condominio e la Rc auto, sono circa 15 le cause che si concludono ogni giorno con un accordo davanti ad un mediatore di una camera di commercio.

Nel dettaglio, rende noto Unioncamere, in dodici mesi circa 3.800 persone hanno raggiunto un accordo grazie alla mediazione civile, in un termine medio di circa 56 giorni, con un risparmio di tempo, rispetto al tribunale civile, di circa il 26,9 per cento.

Ma quali sono le materie che conducono più facilmente ad un accordo? In primo luogo, le controversie in materia di condominio (fino ad oggi escluse dall’obbligatorietà), quindi il comodato, i contratti assicurativi, i risarcimenti per diffamazione a mezzo stampa e quelli inerenti la responsabilità medica.

 “I costi che le imprese italiane devono sopportare per avere giustizia sono di gran lunga maggiori rispetto a quelli che ricadono sulle imprese straniere – ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello – ertamente questo primo anno di vita dell’obbligatorietà mostra che c’è ancora bisogno di investire per promuovere lo strumento e per allargarne la portata ad altri ambiti dei rapporti tra cittadini e tra imprese. E’ con questa convinzione che ci siamo battuti prima a favore della riforma, poi per sostenerne l’entrata in vigore ed ora per non rinviarne gli ulteriori passaggi”.

 

Mediazione: da oggi è obbligatoria anche per r.c. auto e condominio

Come ben noto, da oggi è diventato obbligatorio esperire il tentativo di conciliazione, presso un organismo accreditato, anche per quanto riguarda r.c. auto e condominio.

Mentre alcuni di noi pensano a cose costruttive ed interessanti, come le problematiche che si presenteranno ai mediatori (penso alla legittimazione degli amministratori di condominio, alla necessità della preventiva autorizzazione o alla ratifica dell’assemblea), altri si dilettano nel tentativo, con accorgimenti più o meno esilaranti, di evitare quello che è un obbligo di legge.

Alcune brevissime considerazioni al riguardo: dicono, questi illuminati Colleghi, di farlo in nome dell’interesse dei clienti e della cittadinanza. Ebbene, è interesse del cliente perdere sei mesi grazie all’indicazione in citazione, come termine a comparire, del 30 settembre sperando che la Consulta dia nel frattempo un colpo di spugna? E’ interesse del cliente andare a incastrarsi in cause lunghe, dolorose, costose e inutili quando sappiamo tutti che la stragrande maggioranza di queste controversie può essere risolta con la mediazione in tempi brevi e con reciproca soddisfazione? E’ interesse del cliente (per restare in tema condominiale) guardarsi in cagnesco con il vicino condominiale attendendo per 3/4 anni una sentenza di primo grado? E’ interesse del cliente non fargli fare un tentativo per evitare tutto questo, che in caso positivo gli permetterebbe di chiudere la questione in 56 giorni di media, mentre in caso negativo (sempre di media) al massimo gli avrebbe fatto perdere 69 giorni? E’ interesse del cittadino tenere bloccati per anni capitali che se invece fossero investiti costituirebbero un vantaggio per tutto il Paese? E’ interesse del cittadino bloccare i Tribunali con questioni che potrebbero starne tranquillamente fuori?

Diciamolo, allora: tutta questa battaglia non credo sia combattuta nell’interesse del cliente o del cittadino, ma solo in quello di chi ha paura di perdere le sue parcelle. E allora mi siano consentite due ultime brevissime considerazioni. La prima, è che non è affatto vero che portando una controversia in mediazione (dove starà all’intelligenza del legale scegliere un organismo che dia le opportune garanzie), il legale ci perda. Personalmente, come mediatore ho chiuso tante questioni e vi garantisco che gli avvocati delle parti, che erano assolutamente soddisfatti, non hanno perso nulla: anzi, grazie al fatto che i loro assistiti erano altrettanto soddisfatti, la loro parcella è stata accettata – e pagata – senza problemi. Ovviamente, risultato in più è stato quello di aver fidelizzato il cliente per l’eternità. Devo anche aggiungere che se è vero, come sostengono anche i boicottatori, che l’avvocato è un mediatore naturale, e quindi in grado di chiudere le vicende transattivamente, non vedo perché dovrebbe aver paura della mediazione, che non è altro che una transazione con orizzonti più ampi.

Per carità, ogni posizione è lecita, purché venga sostenuta apertamente e non sbandierando degli ideali che in realtà non appartengono allo schieramento contrario alla mediazione. Poi però (ribadisco una posizione già nota), se il cittadino non ama gli avvocati, non ci lamentiamo.