La Corte di Cassazione rimette alle Sezioni Unite la questione sul dimezzamento dei termini nelle opposizioni a decreto ingiuntivo (Cassazione 6514/2011).

Pubblichiamo l’ordinanza n. 6514 del 22 marzo 2011 con cui la III Sezione della Cassazione ha rimesso alle Sezioni Unite la ben nota questione del termine di costituzione dell’opponente nelle opposizioni a decreto ingiuntivo. L’ordinanza si discosta dall’interpretazione data nella nota sentenza n. 19246 del 2010 (riduzione automatica dei termini e conseguente improcedibilità) ritenendo che il dimezzamento dei termini debba operare solo se effettivamente l’opponente si sia avvalso del diritto di ridurre alla metà i termini di comparizione.

Il documento:

Cass.6514-2011

La piscina non espone il cartello “vietato tuffarsi”: è responsabile del danno (Cassazione 5086/2011)

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. FILADORO Camillo – Presidente – Dott. SPIRITO Angelo – Consigliere – Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere – Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere – Dott. CARLUCCIO Giuseppa – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso 5016/2009 proposto da: B.C. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA COLA DI RIENZO 180, presso lo studio dell’avvocato FIORILLI PAOLO, rappresentata e difesa dagli avvocati MICCINESI Marco, MENCHINI SERGIO, SCARPELLI LORENZO giusta delega in calce al ricorso; – ricorrenti – e contro S.B. SPORTING CLUB SCARL (OMISSIS); – intimato – nonchè da: S.B. SPORTING CLUB SCARL (OMISSIS), in persona del Presidente pro tempore e legale rappresentante V.G., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR 17, presso lo studio dell’avvocato ANGELINI MASSIMO, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati BONAFEDE EUGENIO, BUIANI ERMANNO giusta delega a margine del controricorso e ricorso incidentale subordinato; – ricorrente incidentale – contro B.C. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA COLA DI RIENZO N. 180, presso lo studio dell’avvocato FIORILLI PAOLO, rappresentato e difeso dagli avvocati MENCHINI SERGIO, MICCINESI MARCO, SCARPELLI LORENZO giusta delega in calce al controricorso; – controricorrente all’incidentale –

avverso la sentenza n. 1160/2008 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, Sezione Seconda Civile, emessa il 03/07/2008, depositata il 22/07/2008; R.G.N. 2985/2005; udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del 03/02/2011 dal Consigliere Dott. GIUSEPPA CARLUCCIO; udito l’Avvocato LORENZO SCARPELLI; udito l’Avvocato ERMANNO BUIANI; udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PRATIS Pierfelice, che ha concluso per il rigetto del ricorse principale, assorbito il ricorso incidentale condizionato.

Fatto
RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO
1. B.C., che, all’età di quindici anni, aveva riportato gravissimi danni in esito ad un tuffo in una piscina, nella parte in cui l’acqua era alta novanta cm, conveniva in giudizio la società (S.B: Sporting club soc. coop. r.l.) che gestiva la piscina, chiedendo il risarcimento ex art. 2050 c.c., e, in subordine, ex art. 2043 c.c..
Nel contraddittorio con la società e della Lloyd Adriatico Spa, chiamata in giudizio dalla società in manleva, il Tribunale, esclusa la responsabilità ex art. 2050 c.c., accoglieva la domanda ex art. 2043 c.c., riconoscendo il concorso di colpa della danneggiata nella misura del 30%, e un risarcimento pari a circa Euro 1.100.000,00, oltre accessori; dichiarando l’assicurazione tenuta a tenere indenne l’assicurata nei limiti del massimale.
2. L’appello proposto dalla società, nel contraddittorio anche con l’assicurazione che aveva chiesto l’estromissione dal giudizio avendo transatto la lite con la società, veniva deciso (sentenza 22 luglio 2008) con il rigetto della domanda della B. e la dichiarazione di assorbimento della domanda di garanzia proposta dalla società nei confronti dell’assicurazione.
3. Avverso la suddetta sentenza la B. ha proposto ricorso per cassazione con nove motivi, corredati da quesiti.
Ha resistito la società, proponendo ricorso incidentale subordinato, cui ha resistito con controricorso la B.. Entrambe le parti hanno presentato memorie.
4. La sentenza impugnata ha rigettato la domanda sulla base delle seguenti argomentazioni:
a) l’esclusione della responsabilità, ex art. 2050 c.c., della società che gestiva la piscina, affermata dal primo giudice, è coperta da giudicato interno;
b) è contraddittoria la sentenza di primo grado in cui riconosce l’insidia o trabocchetto e la corresponsabilità della parte lesa, oltre a non essere pertinente il richiamo all’insidia o trabocchetto, riferibile alla responsabilità della PA;
c) il nesso eziologico tra evento lesivo e colpa del gestore della piscina è escluso dalle modalità del sinistro: l’essersi la ragazza tuffata dal bordo dove l’acqua era bassa; la non allegazione, e la non emersione, di anomalie su colorazione e trasparenza dell’acqua;
la ordinaria frequentazione e la conoscenza della piscina, dove nello steso giorno aveva giocato con la sorella nella parte bassa;
d) la mancanza di cartello segnaletico dell’altezza dell’acqua e del divieto di tuffarsi (cartelli, peraltro non obbligatori) non ha rilevanza causale, attese le modalità del tuffo, a capofitto (secondo c.t.u.), le condizioni soggettive della vittima (esperta nuotatrice e frequentatrice piscina) e il principio di autoresponsabilità valevole per i frequentatori (senza che possa rilevare l’età, non potendosi dire immatura a 15 anni.;
e) non risulta provato che la vittima avesse eseguito prima altri tuffi del genere senza che il bagnino la ammonisse, nè che il tuffo dai bordi fosse normalmente tollerate dai bagnini, stanti le risultanze opposte delle testimonianze;
f) l’evento è attribuibile solo all’azzardo della vittima.
5. Il motivi di ricorso primo, secondo, sesto settimo e ottavo sono inammissibili, risolvendosi in enunciazioni di carattere generale e astratto, prive di specifiche indicazioni in relazione alla fattispecie concreta; inidonee a chiarire l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in riferimento alla concreta fattispecie; nè potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo o integrare il primo con il secondo, pena la sostanziale abrogazione dell’art. 366 c.p.c. (Cass. s.u. n. 6420 del 2008).
6. Con il nono motivo la ricorrente sostiene prospettando la violazione dell’art. 112, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 4 – che la corte di merito ha errato nell’omettere di qualificare diversamente la domanda, avanzata delle parti ai sensi dell’art. 2043 c.c., potendosi riconoscer in capo al giudice un potere-dovere d’ufficio, sia pure sulla base degli elementi di fatto dedotti in giudizio, così che avrebbe potuto e dovuto riconoscere la configurabilità di una responsabilità della società convenuta a titolo contrattuale o extracontrattuale ex art. 2051 c.c..
Il motivo va rigettato. L’impossibilità di configurare la violazione dell’art. 112 c.p.c., per omessa diversa qualificazione della domanda proposta in giudizio, discende linearmente dall’ambito e dai limiti del potere di qualificazione del giudice di merito, oltre che dalla ratio perseguita dall’art. 112 c.p.c..
Nell’esercizio del potere di interpretazione e qualificazione della domanda, il giudice di merito ha il potere-dovere di accertare e valutare il contenuto sostanziale della pretesa, quale desumibile dal tenore letterale degli atti, dalla natura delle vicende rappresentate dalla parte e dalle precisazioni dalla medesima fornite nel corso del giudizio, nonchè dal provvedimento concreto dalla stessa richiesto, proprio con il limite della corrispondenza tra chiesto e pronunciato e di non sostituire d’ufficio un’azione diversa da quella esercitata (Cass. n. 15802 del 2005). D’altra parte, la possibilità di far valere la violazione dell’art. 112 c.p.c., per la pronuncia su una domanda non proposta o per omesso esame di una domanda proposta, è proprio a presidio del principio dispositivo che fonda il processo civile.
7. I motivi terzo, quarto e quinto, possono essere trattati congiuntamente per la loro stretta connessione e vanno accolti.
La ricorrente censura la sentenza nella parte in cui ha ritenuto non obbligatoria la segnaletica di pericolo nella piscina e, comunque, ha escluso qualunque rilevanza causale di tale mancanza (art. 2043 c.c., comma 3, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3), attribuendo la totale responsabilità dell’evento lesivo solo all’azzardo della vittima, senza motivare sufficientemente in ordine al punto esatto del tuffo (quarto) e alla maturità della quindicenne (quinto).
7.1. Effettivamente, il giudice di merito ha erroneamente ritenuto che la mancanza di una normativa specifica, che imponesse al gestore della piscina la collocazione di cartelli (indicatori della diversa profondità e del divieto di tuffi dove l’acqua era bassa), escludesse la configurabilità di un comportamento colposo in capo al gestore.
Infatti, l’apposizione di mezzi idonei a segnalare la profondità della piscina e di un esplicito cartello per vietare i tuffi, dove la profondità non li consente in sicurezza, risponde alle comuni regole diprudenza, specificate nei confronti del gestore della piscina, volte ad impedire il superamento dei limiti del rischio connaturato allo svolgimento dell’attività sportiva.
Nessun rilievo può avere, quindi, la mancata elencazione di tali obblighi in norme primarie o secondarie, o in norme elaborate dagli organismi sportivi di riferimento. La loro eventuale esistenza non farebbe altro che codificare generali norme di prudenza rispetto a chi, per la natura dell’attività svolta, è tenuto a garantire l’incolumità fisica degli utenti nell’organizzazione della propria attività economica.
7.2. Inoltre, il giudice da un lato, non ha, erroneamente, attribuite alcuna valenza causale a tale omissione rispetto all’evento, dall’altro non ha motivato adeguatamente la ritenuta totale riconducibilità dell’evento alla vittima.
Invero, alla luce del consolidato criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base della quale, all’interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiono – ad una valutazione ex ante – del tutto inverosimili, non può negarsi che non è inverosimile l’ipotesi che, in presenza di idonei segnali di pericolo, il comportamento dell’uomo medio, e, tanto più quello di un’adolescente, avrebbe potuto essere più accorto sino ad arrivare ad escludere il compimento del comportamento vietato.
Inoltre, la decisione censurata difetta di completa e adeguata motivazione laddove attribuisce l’evento al solo comportamento azzardato della vittima, senza spiegare se il tuffo è avvenuto dal lato corto o lungo della piscina. Dato di non poco rilievo, se si considera che dal primo l’acqua della piscina era senz’altro bassa, mentre dal secondo la profondità dell’acqua non era omogenea, con conseguenti ripercussioni sulla valutazione del comportamento colposo della vittima e della mancata presenza di segnali. Pure incompleta risulta la motivazione, laddove attribuisce valore assoluto alla perfetta conoscenza della piscina da parte delle vittima e alla sua esperienza come nuotatrice, sostenendo, quanto al profilo di maturità psicologica della vittima, che “non si può dire che l’età della ragazza fosse immatura al punto tale da non consentirle di comprendere l’azzardo”, laddove propria la giovanissima età avrebbe consigliato, secondo l’id quod plerumque accidit, una maggiore prudenza nella valutazione.
8. La società ha proposto ricorso incidentale subordinato, prospettando la violazione dell’art. 112, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 4, rispetto alle critiche svolte in appello relative alla dinamica del fatto e alla ritenuta, assenza della segnaletica ai bordi della piscina.
Sulla base del principio pacifico, secondo cui “La parte totalmente vittoriosa in appello (o nell’unico grado di merito) è legittimata a proporre ricorso incidentale solo nella ipotesi in cui intenda riproporre in cassazione l’eccezione del giudicato interno, mentre in tutti gli altri casi è priva di interesse processuale al ricorso.
Essa può, peraltro, con riferimento alle domande od eccezioni espressamente non accolte dal giudice di merito, proporre ricorso incidentale condizionato all’accoglimento, almeno parziale, del ricorso principale, giacchè in tale ipotesi, per effetto della cassazione della sentenza impugnata, viene meno la sua posizione di parte del tutto vittoriosa, sorgendo, in tal modo, l’interesse all’impugnazione. Invece, per le domande o eccezioni non esaminate, o ritenute assorbite dal giudice di merito, non è ammissibile neppure il ricorso incidentale condizionato, in quanto sul punto non è stata pronunciata alcuna decisione, sicchè l’eventuale accoglimento del ricorso principale comporta pur sempre la possibilità di riesame nel giudizio di rinvio di dette domande o eccezioni” (da ultimo rg. 4541 del 2009, ud. 24 gennaio 2011), il ricorso sarebbe stato inammissibile dando rilievo alla prospettazione della parte, che lamenta formalmente un’omessa pronuncia. Ma, il collegio ritiene che, al di là della formale prospettazione, la ricorrente lamenti, come emerge meglio dal quesito, un vizio di motivazione della sentenza laddove non avrebbe dato conto delle eccezioni critiche svolte in appello alla sentenza di primo grado, in ordine alla ricostruzione della dinamica del fatto e alla assenza della segnaletica ai bordi della piscina. Trattandosi, allora, di censura su mancato accoglimento di eccezioni, il ricorso è ammissibile, ma va rigettato.
Infatti, la Corte ha adeguatamente motivato, con coerenza, sia rispetto alla dinamica, dando conto del tuffo e delle modalità sulla base della consulenza (anche se, come si è visto, non ha specificato da quale punto della piscina), sia rispetto all’assenza della segnaletica.
9. In conclusione, il giudice di rinvio deciderà in conformità del seguente principio di diritto: “Ai fini dell’individuazione della responsabilità per danni, ex art. 2043 c.c., derivanti da un tuffo in piscina dove la profondità dell’acqua è bassa, posto che, secondo le comuni regole di prudenza, il gestore deve predisporre mezzi idonei a segnalarne la profondità e un esplicito cartello per vietare i tuffi, dove la profondità non li consente in sicurezza, qualora tale condotta risulti omessa, come nella specie, andrà valutata l’incidenza causale di tale omissione rispetto all’evento, non apparendo inverosimile – alla luce del criterio della cosiddetta causalità adeguata – che idonei segnali di pericolo possano svolgere un effetto dissuasivo sul comportamento dell’uomo medio, e, tanto più su quello di un’adolescente. Inoltre, ai fini di stabilire la misura della concorrenza del comportamento colposo della vittima e della omessa apposizione di segnaletica, rileverà se il tuffo è avvenuto dal lato corto della piscina, dove l’acqua era senz’altro bassa, o dal lato lungo, dove la profondità non era omogenea, nonchè la valutazione della giovane età della vittima rispetto alla maturità psicologica ipotizzabile”.
Lo stesso giudice liquiderà le spese anche del presente giudizio.
P.Q.M.
LA CORTE DI CASSAZIONE
Accoglie i motivi terzo, quarto e quinto, dichiara inammissibili i motivi primo, secondo, sesto; settimo e ottavo, nonchè rigetta il nono motivo del ricorso principale. Rigetta il ricorso incidentale.
Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte di appello di Firenze, in diversa, composizione.
Così deciso in Roma, il 3 febbraio 2011.
Depositato in Cancelleria il 2 marzo 2011

Lavoro: nullo il licenziamento se il dipendente in malattia esce di casa su consiglio del medico (Cass. 6375/2011)

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 13 gennaio – 21 marzo 2011, n. 6375

Presidente Vidiri – Relatore Toffoli

Svolgimento del processo

 

G..G. agiva con ricorso davanti al Tribunale di Alba nei confronti della sua datrice di lavoro s.p.a. S. impugnando il licenziamento intimatogli con lettera del 29.12.2004 che faceva seguito ad una contestazione disciplinare. Con la relativa lettera gli era stato addebitato di avere tenuto almeno nei giorni dal 29 novembre al 12 dicembre un comportamento incompatibile con la verosimile sussistenza dello stato patologico (distorsione della caviglia destra) denunciato come conseguente all’infortunio del 6.7.2004, chiuso il 12.8.2004 e riaperto il successivo 4 novembre, con prognosi di 20 giorni ripetutamente prorogata fino al 21 dicembre, oppure e comunque di avere tenuto un comportamento pregiudizievole per un buono e rapido recupero della integrità ed efficienza fisica.

La domanda era accolta dal Tribunale, che dichiarava l’illegittimità del licenziamento e condannava il datore di lavoro alla reintegrazione e al risarcimento del danno.

A seguito di appello della soc. S., la Corte d’appello di Torino confermava la sentenza di primo grado.

La Corte di merito affermava l’inammissibilità, per la sua tardi vita, della produzione in appello da parte della S. di una perizia di parte, peraltro redatta da medico che non aveva mai visitato il G. . Riteneva infondate le critiche mosse alle certificazioni mediche con cui era stato accertato in più occasioni e sedi lo stato di invalidità del lavoratore, le quali rappresentavano una serie coerente di documenti medici e attestavano anche il diligente sottoporsi del paziente a terapie orientate a favorirne la guarigione. Vi erano anche riscontri delle diagnosi nei rilievi strumentali eseguiti: radiografia del 27.7.2004, attestante flogosi estesa a carico del tendine flessore lungo il livello del cavo plantare, con versamento peritendineo; radiografia effettuata tre mesi dopo, pochi giorni prima della riapertura dell’infortunio, evidenziante notevole infiltrazione edematoso – flogistica a livello della sinoviale nei recesso peroneo – astragalico e con diagnosi attestante una discreta flogosi articolare tendinea in remota lesione legamentosa al momento da ritenere non risolta dei tutto, almeno dal punto di vista funzionale; risonanza magnetica del 16.11.2004, confermativa delle diagnosi precedenti, evidenziante la presenza di raccolta all’interno della guaina del tendine del flessore lungo dell’alluce e di os trigonum posteriormente all’astragalo, circondato da una modesta raccolta endoarticolare.

La Corte inoltre escludeva i dubbi sull’attendibilità del medico curante del G. sentito come teste e autore del certificato datato 22.12.2004, e quindi successivo alla contestazione disciplinare, con il quale egli aveva ricostruito la vicenda medica del lavoratore nei suoi vari passaggi, vicenda peraltro caratterizzata anche dall’attestazione dell’Inail. La Corte ricordava che tale medico aveva confermato di avere prescritto al G. , in particolare nell’ultimo periodo della sua astensione lavorativa, di compiere del movimento e, in particolare, di camminare. Secondo la Corte non doveva tanto discutersi circa l’appropriatezza o meno di detta prescrizione terapeutica, quanto rilevarsi, rispetto al fatto pacifico che il G. era stato visto mentre compiva delle uscite dalla propria abitazione pur essendo in infortunio, che tali uscite erano state ispirate da un parere del medico curante.

In definitiva, la Soc. S., che non aveva richiesto una visita di controllo ex art. 5 L. n. 300/1970 – come avrebbe potuto e dovuto al fine di contestare lo stato di inabilità lavorativa – avanzava ingiustificati dubbi riguardo alla vicenda, senza avere assolto l’onere della prova gravante sul datore di lavoro in materia di giustificazione del licenziamento; e insisteva per l’ammissione di una consulenza tecnica, (implicitamente) ritenuta dalla Corte non giustificata dal quadro probatorio. Quanto ai rilievi dell’appellante riguardo alle mansioni del G. indicate dal giudice di primo grado (addetto al reparto scelte speciali e ad attività da svolgersi costantemente in piedi, con continuo movimento dei corpo, sollevamento e spostamento dei carichi), osservava che, a parte che l’insieme dei compiti lavorativi indicati nel ricorso introduttivo non risultava essere mai stato contestato fino al giudizio di appello, sarebbe stato onere della Soc. S. fornire la prova della compatibilità delle mansioni con le condizioni di salute del ricorrente.

La s.p.a. S. ricorre per cassazione con tre articolati motivi. Il G. resiste con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato una memoria.

Motivi della decisione

Il primo motivo del ricorso denuncia violazione degli artt. 116, 421 e 61 c.p.c. e insufficiente e contraddittoria motivazione, con riferimento alla rilevanza e alla attendibilità attribuita alla deposizione del medico curante del lavoratore. Si sostiene la dimostrazione della compatibilità di attività extra lavorative svolte dal lavoratore durante la malattia con le esigenze terapeutiche non può essere basata su una deposizione testimoniale, anche se di un medico, invece che su una c.t.u..

Si lamenta anche che non si sia dato rilievo alla prova, quanto meno indiziaria, dello svolgimento di attività incompatibile, fornita dalla SIRE, e che si sia affermata l’imprescindibilità della richiesta di una visita di controllo.

Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 5 l. n. 300/1970, dell’art. 5. l. n. 604/1966 e dell’art. 2697 c.c., nonché insufficiente e contraddittoria motivazione.

Si ribadisce sotto il profilo della violazione dell’art. 5 legge n. 300/1970 la tesi della non necessità per il datore di lavoro del ricorso alle visite di controllo ivi previste per la dimostrazione di circostanze di fatto evidenzianti l’inesistenza della malattia, l’insussistenza di un’incapacità lavorativa o l’adozione di comportamenti comportanti la violazione del dovere del lavoratore di non pregiudicare o rallentare la guarigione. Al riguardo si ricorda l’esito delle constatazioni compiute dal personale investigativo incaricato dalla azienda. Si sostiene anche che una volta provata da parte del datore di lavoro l’attività svolta durante il periodo di malattia dai lavoratore, spetti a quest’ultimo provarne la compatibilità con la malattia impeditiva dell’attività lavorativa, risultandone altrimenti l’assenza ingiustificata.

Il terzo motivo denuncia omessa o insufficiente motivazione su un atto controverso e decisivo per il giudizio e violazione degli artt. 1175, 1375, 2104, 2105 c.c., nonché dell’art. 2119 c.c. e dell’art. 3 della l. n. 604/1966.

Si sostiene che il lavoratore, una volta verificato, anche a seguito delle direttive, terapeutiche del suo medico curante, di poter svolgere una vita normale, avrebbe dovuto evitare di sollecitare ulteriori certificazioni di  inabilità al lavoro e quanto meno rendere nota tale situazione all’ente previdenziale e al datore di lavoro.

Il ricorso, i cui tre motivi sono esaminati congiuntamente per la loro connessione, non è fondato.

In effetti la sentenza impugnata è sorretta da una motivazione adeguata e logica, oltre che immune da errori di diritto, circa la mancanza di prova di una violazione disciplinare a fondamento del licenziamento intimato. In particolare è stato bene evidenziato come la malattia posta a giustificazione dell’assenza del lavoratore abbia trovato ampio riscontro non solo nelle certificazioni mediche relative, provenienti anche dall’Inail, ente previdenziale pubblico, ma anche in puntuali esami strumentali corredati da analitiche diagnosi. In questo quadro, il rilievo del giudice di merito riguardo al fatto che il datore di lavoro avrebbe potuto e anche “dovuto” ricorrere alla procedura di controllo della malattia prevista dall’art. 5 legge n. 300/1970, oltre a non avere evidentemente un ruolo essenziale nella complessiva motivazione, è interpretabile nel senso non di una affermazione di principio di carattere generale – che come tale sarebbe inesatto, in quanto come è pacifico in giurisprudenza l’effettiva insussistenza della malattia certificata è dimostrabile anche al di fuori del ricorso a detta procedura – ma nel senso che, in relazione ai margini di opinabilità sul piano medico legale eventualmente sussistenti, come spesso accade, riguardo alla più congrua misura della prognosi di inabilità temporanea, in pratica solo il ricorso alla visita di controllo avrebbe potuto offrire ulteriori rilevanti elementi di valutazione, tanto più essendo in questione un’ipotesi di illecito disciplinare, rispetto al quale rileva anche l’elemento soggettivo.

Riguardo all’addebito al lavoratore di avere tenuto una condotta contrastante con le esigenze terapeutiche e di un rapido recupero, la motivazione è in via assorbente basata sui rilievo che nessun addebito al riguardo poteva essere mosso al lavoratore che si era adeguato alle prescrizioni del suo medico curante. Rispetto a tale motivazione, e tenuto anche presente che dalle indagini investigative richieste dall’attuale ricorrente non era emerso lo svolgimento di attività lavorative ma la ripresa di alcune attività della vita privata (spostamenti in città a piedi e in auto per acquisti e altro), cioè di attività di una gravosità di cui non è evidente la comparabilità a quella di un’attività lavorativa a tempo pieno, non può ritenersi che, neanche su un piano logico e di fatto (aspetto rilevante ai fini della logicità della motivazione), sussistesse l’onere per il lavoratore di provare, a ulteriore conferma della certificazione medica, la perdurante inabilità temporanea rispetto all’attività lavorativa. Né, alla stregua della sentenza e del ricorso per cassazione, la società datrice di lavoro risulta avere fornito, come in linea di principio sarebbe stato suo onere, la prova di una natura degli impegni lavorativi dell’attuale resistente idonea ad evidenziare aspetti di illogicità e malafede nel comportamento del lavoratore.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

Le spese del giudizio vengono regolate facendo applicazione del criterio legale della soccombenza (art. 91 c.p.c.).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la s.p.a. S. a rimborsare a G.G. le spese del giudizio determinate in Euro trentacinque oltre Euro tremila per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA secondo legge.