Condominio: per la modifica del regolamento di condominio in modo da vietare la presenza degli animali domestici è necessaria l’unanimità. (Cassazione 3705/2011)

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 21 dicembre 2010 – 15 febbraio 2011, n. 3705
Presidente Rovelli – Relatore Migliucci

Svolgimento del processo

Con sentenza del 17 dicembre 2001 il Tribunale di Bari, in accoglimento della domanda proposta da Lo.Ni. e Pe. Ro. nei confronti del Condominio di via (OMESSO) di quella città, dichiarava la nullità delle Delib. condominiali 17 giugno e Delib. 15 settembre 1996 relativamente alla modifica dell’articolo 5 del regolamento condominiale laddove era previsto il divieto di tenere in casa e in qualsiasi spazio comune animali di qualsiasi genere.
Secondo il primo Giudice, in considerazione della natura contrattuale della predetta disposizione che incideva su diritti dei condomini, la stessa non poteva essere modificata a maggioranza, essendo richiesta l’unanimità dei consensi.
Con sentenza dep. il 14 maggio 2004 la Corte di Bari, in riforma della decisione impugnata dal Condominio, rigettava la domanda proposta dagli attori.
Secondo i Giudici di appello il Tribunale, dopo avere correttamente ritenuto il regolamento in oggetto di natura contrattale, aveva errato laddove aveva operato la distinzione fra clausole regolamentari modificabili a maggioranza e clausole modificabili con il consenso unanime sotto il profilo della limitazione dei diritti individuali: la sentenza di appello escludeva che quello relativo alla limitazione dei diritti individuali fosse un criterio esaustivo, posto che anche la regolamentazione dell’uso delle cose comuni, per le quali è pacifica la modificabilità a maggioranza, costituisce un limite al godimento della cosa imposta ai singoli; la diversa regola di modificabilità del regolamento va determinata in base al suo contenuto.
Orbene – osservavano ancora i Giudici di appello – il divieto di tenere animali, essendo finalizzato a non arrecare disturbo alla persona, non ha carattere reale e non integra il contenuto di una servitu’, dando luogo a un obbligazione personale e la stessa, avendo anche l’effetto di non consentire il passaggio degli animali attraverso le parti comuni, rientra fra quella adottabili a maggioranza.
Avverso tale decisione propongono ricorso per cassazione Lo. Ni. e Pe.Ro. sulla base di due motivi. Resiste con controricorso l’intimato.

Motivi della decisione

Con il primo motivo i ricorrenti, lamentando violazione e falsa applicazione dell’articolo 112 cod. proc. civ., censurano la decisione gravata che era incorsa in ultrapetizione laddove aveva proceduto alla interpretazione della clausola del regolamento condominiale, quando invece con i motivi di appello era stata dedotto esclusivamente che il predetto non aveva natura contrattale. Il motivo è infondato.
Occorre premettere che con l’atto introduttivo del giudizio gli attori avevano dedotto la nullità della delibera che aveva modificato il regolamento condominiale sul rilievo che lo stesso non era modificabile a maggioranza in considerazione della sua natura contrattuale: orbene il motivo di appello, con cui il Condominio aveva censurato la decisione di primo grado che ne aveva ritenuto la natura contrattuale, aveva in sostanza investito il giudice del gravame della questione in ordine al contenuto della clausola che costituiva l’accertamento posto a base della domanda, accertamento indispensabile per la decisione della presente controversia e che quindi correttamente ha formato oggetto di esame da parte dei Giudici di appello.
Con il secondo motivo i ricorrenti, lamentando violazione e falsa applicazione degli articoli 1362, 1027, 1028, 1058 e 1138 cod. civ. (articolo 360 c.p.c., n. 3) nonchè omessa,insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (articolo 360 c.p.c., n. 5), censurano la decisione gravata che aveva ritenuto modificabile a maggioranza la disposizione del regolamento in questione, quando la previsione de qua rientrava nell’ambito delle servitu’ reciproche che, ponendo vincoli di natura reale, non potevano essere modificate se non con il consenso unanime dei condomini.
Il motivo è fondato.
La sentenza impugnata, pur avendo affermato la natura contrattuale del regolamento condominiale, ha poi ritenuto modificabile a maggioranza la disposizione che prevedeva il divieto di tenere animali negli spazi privati e comuni. Orbene, occorre considerare che le clausole del regolamento condominiale che impongono limitazioni ai poteri e alle facoltà spettanti ai condomini sulle parti di loro esclusiva proprietà incidono sui diritti dei condomini, venendo a costituire su queste ultime una servitu’ reciproca (Cass. 13164/2001); ne consegue che tali disposizioni hanno natura contrattuale, in quanto vanno approvate e possono essere modificate con il consenso unanime dei comproprietari, dovendo necessariamente rinvenirsi nella volontà’ dei singoli la fonte giustificatrice di atti dispositivi incidenti nella loro sfera giuridica: certamente, tali disposizioni esorbitano dalle attribuzioni dell’assemblea, alla quale è conferito il potere regolamentare di gestione della cosa comune, provvedendo a disciplinarne l’uso e il godimento.
Ciò posto, il divieto di tenere negli appartamenti i comuni animali domestici non può essere contenuto negli ordinari regolamenti condominiali, approvati dalla maggioranza dei partecipanti, non potendo detti regolamenti importare limitazioni delle facoltà comprese nel diritto di proprietà dei condomini sulle porzioni del fabbricato appartenenti ad essi individualmente in esclusiva (12028/1993). La sentenza va cassata in relazione al motivo; non essendo necessari ulteriori accertamenti, la causa va decisa nel merito ai sensi dell’articolo 384 cod. proc. civ.: pertanto, va rigettato l’appello proposto dal Condominio avverso la decisione di primo grado che va confermata. Le spese del giudizio di appello e quelle della presente fase vanno poste a carico del Condominio, risultato soccombente.

P.Q.M.

Accoglie il secondo motivo del ricorso rigetta il primo cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, rigetta l’appello proposto dal Condominio di (OMESSO). Condanna il resistente al pagamento in favore dei ricorrenti delle spese del giudizio di appello che liquida in euro 1.880,00 di cui euro 80,00 per esborsi, euro 600,00 per diritti ed euro 1.200,00 per onorari di avvocato oltre spese generali ed accessori di legge e di quelle della presente fase che liquida in euro 1.700,00 di cui euro 200,00 per esborsi ed euro 1.500,00 per onorari di avvocato oltre spese generali ed accessori di legge.

I punti principali della riforma della giustizia approvata dal CdM.

PUNTI FONDAMENTALI DELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

1 – Separazione delle Carriere

L’art. 104 sancisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” e disciplina il Csm unico.

Con la riforma, l’articolo 104 sarà totalmente riscritto; i magistrati saranno distinti in “giudici” e “pubblici ministeri”e sarà la legge ordinaria a garantire la “separazione delle carriere” di giudici e pm. Inoltre precisa che  l’ufficio del pm è disciplinato dalle norme dell’ordinamento giudiziario al fine di assicurare “autonomia” e “indipendenza”.

L’art. 101 stabilisce che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”; l’art. 102 chiarisce che “ la funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dall’ ordinamento giudiziario”.

2- Consiglio Superiore della Magistratura

L’art. 104 stabilisce che i membri del Csm, ossia il Capo dello Stato, il Primo Presidente e il PG della Cassazione, sono eletti per 2/3 dai magistrati e per 1/3 dal Parlamento in seduta comune e durano in carica quattro anni.

Con la riforma, vengono introdotti gli artt. 104 bis e 104 ter

–          art. 104 bis prevede un Csm “giudicante”, composto per metà da membri nominati dai giudici e per metà dal Parlamento, presieduto dal Capo dello Stato;

–          art. 104 ter prevede un Csm “requirente” composto per metà da membri scelti dai pm e per metà dalle Camere, presieduto dal Capo dello Stato.

3 – Poteri Disciplinari

L’art. 105 stabilisce come il Csm deve esercitare l’azione disciplinare.

Con la riforma, i due Csm si occuperanno, uno per i giudici e uno per i pm, di assunzioni, assegnazioni, trasferimenti e promozioni. L’art. 105 bis attribuisce l’azione disciplinare ad una Corte di disciplina con una sezione per i giudici e una per i pm, la quale deve rispettare il principio del giusto processo. Contro le decisioni di tale Corte è ammesso il ricorso in Cassazione.

4 – L’azione penale del PM

Oggi, ai sensi dell’art. 112 della Costituzione,  è prevista l’ obbligatorietà dell’azione penale. Con l’art. 109, il pm, nella fase delle indagini, può disporre  “direttamente della polizia giudiziaria”.

Con la riforma, l’azione penale non sarà più obbligatoria, infatti il nuovo art. 112 così sancisce “l’azione penale andrà esercitata secondo i criteri stabiliti dalla legge” e quindi dal Parlamento.

Così anche per i poteri d’indagine (art. 109). L’art. 110 introduce il controllo ex post del guardasigilli che riferirà ogni anno alle Camere su esercizio dell’azione penale e uso dei mezzi d’indagine.

5 – Responsabilità civile dei Magistrati

Attualmente non è prevista alcuna responsabilità civile dei magistrati. Le uniche forme di tutela per gli errori giudiziari sono la Legge Pinto, che punisce con un indennizzo economico l’eccessiva durata dei processi  e la normativa che impone l’obbligo di riparazione per i casi di “ingiusta detenzione”.

Con introduzione dell’art. 113 bis i magistrati saranno “direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato”.

6 – Appellabilità delle sentenze

Con la riforma viene introdotto l’ottavo comma dell’art. 111 che pone dei limiti all’appellabilità delle sentenze di primo grado. Quelle di condanna sono sempre appellabili a meno che la legge non preveda delle eccezioni a seconda “del reato, delle pene e della decisione”; quelle di proscioglimento sono invece appellabili “solo nei casi previsti dalla legge”.